Non sono tutte belle le mamme del mondo – Specchio, La Stampa

Non ho più usato stampelle di ferro da quando ho visto Faye Dunaway picchiare la piccola figlia adottiva. Non le ho più usate e ogni volta che la tintoria mi consegna le camicie con quelle stampelle sento una punta di terrore. La scena si trova in Mammina cara, film tratto dall’omonimo libro scritto da Christina Crowford, adottata dalla famosa attrice Joan. Era il film preferito di mia mamma che empatizzava con la bambina deprecando il comportamento sconsiderato, folle, violento della madre, salvo poi usare lo stesso tono, sbarrare allo stesso modo gli occhi, urlare con la stessa voce cavernosa e usare mani e oggetti per offendere, non appena mi vedeva fare o dire qualcosa che non le era andata a genio, come per esempio indossare una sua maglietta che lei mi aveva invitato a mettere o non mangiare un croissant a colazione. Un giorno mi sono seduta, le ho detto cosa non andava, ma lei ha negato con forza di aver mai avuto quel comportamento e che quindi la verità poteva essere solo una: lei era una madre eccellente, io una bugiarda che si inventava tutto. 

Quello che in anni di arrovellamenti penosi ho capito è che mentre tutte le mamme buone sanno di essere affettuose, gentili e premurose con i propri figli, non tutte le mamme cattive sono consapevoli di recare danno. Molte sono convinte di fare del bene, chi perché pensa che un’educazione dura, severa, senza fronzoli, sarà d’aiuto nel difficile compito di crescere, chi perché effettivamente non ha idea di cosa stia facendo e allora tanto vale raccontarsela, dipingendosi migliori di quel che si è. Un’altra cosa che ho capito è che tutelare le madri dalla depressione, comprendere che qualcosa in loro non va, significa salvare un figlio e una donna dall’infelicità e dalle tragedie, perché molta rabbia, molto freddo e molti silenzi nascono da un grande dolore. Perse nel limbo grigio della depressione, anche le madri più giuste riescono a erigere muri invalicabili, a non aver alcun interesse nei rapporti con gli altri, nemmeno con i figli. Esistono, poi, donne che si odiano così tanto che detestano tutto ciò che il loro corpo produce, inclusi i bambini. Altre, così attaccate alla vita di prima, a ciò che si sono lasciate alle spalle mettendo al mondo un figlio o una figlia, che non riescono a perdonare i propri piccoli, accusati segretamente di averle derubate dei loro anni migliori.

Non è vero che le donne sono programmate a fare le madri, non è vero che l’istinto materno lo hanno tutte nel momento in cui mettono al mondo, non è vero che le buone madri non facciano una fatica spaventosa per rimanere tali, non è vero che una cattiva madre lo resta per sempre.  

La letteratura è piena di figlie e figli maltrattati, di uomini e donne che sono cresciuti, nonostante tutto, che hanno perdonato nonostante tutto o che hanno preferito il perpetuo allontanamento da casa, l’eterno silenzio, l’occultamento totale. Le ultime a scrivere di amore e rancore materno sono state Carmen Pellegrino con il romanzo La felicità degli altri (La Nave di Teseo) e Asia Argento in Anatomia di un cuore selvaggio (Piemme), due storie molto diverse che tuttavia convergono in unico punto: al dolore, alla violenza, alla mancanza di affetto, all’amore pazzo delle proprie madri sempre si sopravvive e sempre si perdona. Anche da vecchi, quando forse avremo dimenticato il volto amorevole o terribile delle nostre madri, chiunque siano state e in qualsiasi modo ci abbiano cresciuti, invocheremo sempre il loro nome se ci faremo male, sarà sempre lei, la mamma, cui ci rivolgeremo per ricevere asilo e conforto da ogni pena. 

Osservo mio figlio, trovo nei suoi occhi una piena fiducia che non si aspetta di essere delusa mai. E allora mi rendo conto che la difficoltà tanto decantata dell’essere genitori risiede proprio lì, nel non venir meno al patto segreto d’amore che stringiamo con le persone che mettiamo al mondo e alle quali promettiamo che non faremo mai loro del male e che quando ci scopriremo a farlo, basta chiedere scusa. Amare è un atto di coraggio, dopotutto. 

Le colpe dei social ricadono sui figli, ma non li schiacciano – Domani 6/10/20

Ne Le anime disegnate, un illuminante saggio di Luca Raffaelli pubblicato prima da Minimum Fax e ora da Tunué, sono scritte molte cose interessanti sui cartoni animati, ma una è più interessante di tutte e riguarda la mia generazione, cioè chi oggi ha tra i trenta e i quaranta anni. Raffaelli sostiene che molta della fortuna degli anime, i cartoni animati giapponesi in cui i protagonisti erano soprattutto orfani e orfane miserabilissimi, si deve al fatto che in quegli anni (gli ‘80 e i ‘90) i bambini si riconoscevano nei personaggi perché quella era la prima volta in cui le madri cominciavano a lasciare la vita da casalinghe per recarsi al lavoro e i figli rimanevano con le nonne o le baby sitter. Credo, e questo lo aggiungo io, che anche il divorzio ormai diventato consuetudine, abbia avuto un ruolo fondamentale e il risultato è stato che molti dei bambini di quell’epoca, la mia epoca, sono cresciuti con la sindrome dell’abbandono, consapevoli che avrebbero dovuto cavarsela da soli, imparando a provvedere alle proprie necessità emotive, oltre che pratiche. Bambini che dalla solitudine hanno imparato molto e che, grazie alla sofferenza di quel piccolo dramma prima epocale e infine famigliare, sono riusciti a trovare scappatoie più o meno lecite per essere felici. Ma non sarà andata per tutti così. Molti ancora sono in analisi, immagino, oppure non ci sono mai andati. Oppure ne sono usciti senza risolvere un bel niente. Oggi è culturalmente assodato che le madri abbiano una vita fuori dalle mura domestiche e che le coppie si separino anche se i figli sono molto piccoli, dunque lo strappo è molto più dolce che decenni fa.

Ogni generazione ha i propri traumi, l’esempio più facile è quello dei bambini cresciuti durante la guerra. Ogni figlio che nasce e cresce inserito in un determinato contesto sociale, in una geografia che oramai non ha più tanti confini ma che prima ce li aveva eccome, è un futuro adulto che dovrà faticare molto per togliersi di dosso il dramma della propria generazione, oltre a quello della propria famiglia.

Cosa ne sarà dei figli mostrati su Instagram, TikTok, Facebook? Che fine faranno i bambini piccoli che non hanno modo di evitare che i propri genitori postino le loro foto, i loro video, i loro geniali dialoghi? Chi grida alla strumentalizzazione da parte di adulti senza scrupoli che non fanno nulla a caso e dunque ogni foto pubblicata online è un’astuta mossa economica prima che mediatica. Chi dice che i bambini non hanno la facoltà di scegliere, di pretendere il rispetto della loro privacy e che tutto questo non è altro che un furto della loro innocenza. Chi, e questo è più preoccupante, che le foto messe online verranno utilizzate da gente orribile e fatte girare sul deep web, cosa che sicuramente è accaduta e accade ma quanto il fenomeno è davvero diffuso?

Ha ancora senso parlare di privacy, anche quando riguarda i minori, in un mondo dove i Google Home e le Alexa sanno a che ora nostro figlio ha fatto la cacca e che cosa ha mangiato a cena? Non possiamo evitare che i nostri figli vivano in questo tempo e l’unica domanda che vale la pena farsi è se questi bambini che oggi vengono così esposti saranno adulti infelici. Genitori narcisisti, ossessionati dalla propria immagine, dal riconoscimento, accecati dalla fama, cresceranno figli incapaci di abitare il futuro? No. I figli si adatteranno, impareranno qualcosa che i genitori non gli hanno insegnato, troveranno la propria strada nonostante tutto e tutti. Come ha fatto chiunque di noi, da sempre, cercando di dimenticare e strapparsi di dosso traumi ben più feroci di post su Instagram. Probabilmente qualcuno si divertirà a rivedersi in quelle immagini postate vent’anni prima o forse qualcun altro si sentirà immeritatamente esposto, messo al centro di una scena che non voleva affatto calcare. Non si possono tutelare i figli tanto quanto si vorrebbe e pretendere di salvarli da qualsiasi cosa è pura utopia, come è impossibile pensare di non provocare in loro dolore o sofferenza. Ogni genitore, pre o post social, è destinato a essere la maledizione del proprio figlio, che non dovrà fare altro che riscattarsi, cercare di superare la propria inadeguatezza e il proprio imbarazzo e cercare un posto felice tutto per sé. Desiderio di tutti è crescere figli felici, ma la cosa più realista cui possiamo aspirare è cercare di crescere bambini ai quali fornire buoni strumenti per non portarci rancore.

Sono il mio ascendente?

Domande tipiche all’astrologa: 

-E’ vero che a un certo punto si smette di essere il proprio segno zodiacale e si assomiglia più al proprio ascendente?

-Sono Vergine ascendente Cancro: un disastro, vero? 

-Sono Sagittario ascendente Pesci: l’acqua mitiga il fuoco, no? Sono salva/o?

NO

NO

NO

Non abbiamo due segni zodiacali, il nostro segno è e rimane sempre uno. Se nasciamo Toro difficilmente moriremo Scorpione. Il nostro carattere non è mitigato o rafforzato da questo o quell’ascendente, perché la nostra identità (Sole, dunque segno zodiacale) e gli aspetti della nostra personalità (un mix di case, pianeti e aspetti fra pianeti) sono immutabili (ma possono essere mascherati eccome, o migliorati o peggiorati a seconda delle annate che ci ritroviamo a passare). 

L’ascendente, dunque, non incide sul nostro carattere, sul nostro modo di amare, non ci dice se siamo avari o compassionevoli, né scaltri o menefreghisti. L’ascendente è la maschera, assolutamente valida e veritiera, che indossiamo dall’inizio alla fine della nostra vita. È quello che scegliamo di far vedere agli altri, è quello che gli altri sanno di noi anche dopo pochi minuti esserci presentati. L’ascendente tiene i nostri segreti al sicuro e ci fa apparire in un certo modo che spesso può essere completamente opposto a come siamo dentro. Chi è in perenne tumulto interiore può così apparire calmo e serafico, chi sembra uno squinternato in realtà è una persona di giudizio. Moltissimo dipende anche dai pianeti presenti sull’ascendente; con Giove sull’ascendente, per esempio, una persona può avere atteggiamenti dittatoriali, anche se a fin di bene. 

Incide moltissimo sull’aspetto fisico. Spesso, infatti, è per questa ragione che è più facile riconoscere l’ascendente di una persona e non il suo segno zodiacale, perché è nei tratti del viso e in certe caratteristiche fisiche che l’ascendente si esprime pienamente. 

Il vostro carattere, dunque, non è scisso fra segno e ascendente. È un prisma molto più complesso, non c’è dubbio, ma non può essere risolto con la dicotomia segno/ascendente, semmai vanno considerati tutti gli aspetti planetari, la posizione delle case, le cuspidi e tantissimi altri elementi per delineare un ritratto fedele della vostra psiche. Non date quindi retta a chi vi dice che adesso che avete passato i 30 anni potete dire addio al vostro segno e diventare finalmente il vostro ascendente: non potete cambiare ciò che siete, potete semmai cambiare il modo in cui scegliete di rappresentarvi. 

Il primo dolore – Intervista di Alessandra Di Pietro per Elle

«In una notte di aprile mi sono svegliata di soprassalto e ho avuto l’urgenza di scrivere la storia di una donna che partorisce, della funesta relazione con sua madre e della prepotente esigenza di non assomigliarle mai. Ho obbedito ai fantasmi del buio e l’ho scritto solo dopo il tramonto. Poi quando il romanzo che covavo è venuto alla luce, ho cominciato a comporlo anche di giorno e l’ho concluso». Nasce così Il primo dolore (La Nave di Teseo), romanzo sulla nascita come sigillo fondativo del nostro stare al mondo, nono libro di Melissa P. ma il primo ad essere firmato Melissa Panarello, nome e cognome per esteso: «Quello pseudonimo l’aveva scelto l’editore con i miei genitori. Ai tempi di Cento colpi di spazzolaero minorenne, oggi ho 33 anni, voglio essere tutta intera». Ed è giusto che sia così perché con questo romanzo (ri)nasce una scrittrice: trama potente, scrittura matura, personaggi scolpiti, emozionante e perturbante, Il primo dolore segna l’ingresso di Melissa Panarello nell’età adulta, anche letteraria.

Non c’è sesso in questo libro, lei ha messo al centro l’ambivalente sentimento che ci lega alla madre fin dal parto. Mi guardo intorno in questa sua luminosa casa, a San Lorenzo, a Roma, vedo un fidanzato, due gatti, nessun bambino: è un romanzo zero autobiografico?

«Era più fiction che vita vera ma poi, per una serie di congiunzioni astrali, è diventato realistico».

Mi spieghi meglio, dimenticavo che lei è anche esperta astrologa.

«Quando è stata decisa la data di pubblicazione del libro, ho scoperto di essere incinta del mio primo figlio, benvenuto ma non cercato. Vorrei dire che era scritto negli astri: sono Sagittario e quest’anno ho Giove trigono alla Luna, significa prosperità e una gravidanza lo è. Però la realtà è anche prosaica: è successo che ho cambiato cellulare, la app segna-mestruazioni non si è aggiornata, né io né Matteo (poeta ed editore, fidanzato e padre della creatura, ndr) ce ne siamo resi conto e voilà, è arrivato un figlio».

La vita scorre veloce, ma quando è difficile per lei lasciarsi alle spalle Melissa P.?

«Non voglio rinnegare né dimenticare il mio passato, anzi oggi come allora metto il corpo al centro del mio racconto. Prima ho esplorato l’eros, oggi la potenza di procreare. Il mio bestseller resta lì per sempre e a disposizione di chi lo scoprirà ancora negli anni per la prima volta. Io però sono cresciuta, sarò madre, la mia storia continua. Sa che ancora tante persone, in Italia e nel mondo, credono che Melissa P. sia un personaggio e non una persona in carne ed ossa?».

Essere stata un simbolo dell’erotismo le ha compromesso le relazioni private?

«Abbastanza. In pubblico ero condannata perché mi piaceva il sesso, in privato perché non ne facevo abbastanza. Ogni maschio si aspettava che fossi come lui mi aveva immaginato ma non ho mai voluto compiacere nessuno. Così più loro cercavano in me quell’icona, più andavo verso la direzione opposta, diventavo una suora ammazzando la mia natura che pure è sensuale e curiosa».

Un disastro insomma: fino a quando?

«L’ultima relazione è sempre quella giusta. Matteo mi ha dato una quadra, non si aspettava una pornostar, ama la Melissa che sono. Non è lui che mi ha salvata, ovviamente, sono io che sono cresciuta, ho deciso di non farmi determinare dagli uomini, quindi sono andata incontro a una relazione accogliente dove è anche arrivata questa gravidanza».

Che cosa è Il primo dolore?

«Quel profondo tormento fisico ed emotivo che provano insieme madre e figlio nel momento della nascita, una fatica sovraumana che dimentichiamo l’istante dopo in cui è accaduta ma che ci unisce per sempre. Lo so che esiste l’epidurale e nella società che rifugge il sintomo e idolatra l’analgesico, il dolore è considerato un male, eppure è la sofferenza che attraversiamo dalla notte dei tempi per vedere la prima luce. Posso dire che è un fatto speciale e unico? Credo che sia importante attraversarlo. Poi ognuna ha il diritto di fare come vuole. Nel libro la mia Rosa partorisce in casa, io andrò in clinica e se dovessi averne bisogno chiederò l’epidurale».

In questo libro lei racconta di Agata, la madre cattiva, e della sua figlia Rosa che per non ripetere il comportamento materno dentro cui è cresciuta – solitudine e crudeltà – fugge lontano: è la sua storia?

«Sono andata via da Catania perché il successo del libro mi ha travolto, non l’avevo progettato. Mia madre non era cattiva, semmai arrabbiata e frustrata, è ancora oggi una relazione complessa, la vedo pochissimo. Forse sarebbe stato più saggio per lei lavorare sul suo rancore ed evolversi ma non ne aveva gli strumenti. Negli anni l’ho compresa e ne ho avuto compassione. Non la giudico, non la odio e non ce l’ho più con lei».

Un dolore ricucito, un’emancipazione essenziale per essere la donna sorridente e calma che mi parla seduta dal divano accarezzando una gatta, libera di pensarsi adulta, felice e madre.

 

Ne Il primo dolore (La Nave di Teseo) due storie corrono parallele: da una parte c’è Agata, donna infelice e madre crudele di Rosa, dall’altra la protagonista con la sua disperata ricerca di non essere come colei che l’ha generata. Le vite delle due donne compongono una genealogia che si chiude con il parto di Rosa: attraversare il dolore di mettere al mondo la sua bambina diventa l’occasione per ripercorrere la sua vita da figlia, la relazione con la madre segnata dalla cattiveria, la capacità di dare la vita come possibilità di perdonare. Trama potente, scrittura matura, personaggi scolpiti, emozionante e perturbante, Il primo dolore è il nono romanzo di Melissa Panarello ma il primo a essere firmato con nome e cognome.

Il romanzo magico

Paola Tavella ha cominciato a scrivere questo libro un pomeriggio d’autunno sul tavolo della mia cucina. Non sapeva ancora cosa volesse raccontare, cosa che dopotutto succede a tutti quelli che a un certo punto si siedono e cominciano a scrivere una storia che non si sa bene dove li porterà.  Le ho preparato una delle mie tisane tiepide e l’ho lasciata lavorare mentre i miei gatti la importunavano. In casa si sentiva solo il rumore dei tasti del computer. Il furore creativo le fece finire il primo capitolo in poco meno di un’ora, e me lo lesse. Era solo l’inizio di quello che sarebbe poi diventato un romanzo magnifico e potente. 

Il sesso magico (Sonzogno, 16 euro) è un fiore raro, uno di quei romanzi che non riesci a metter via, che ti tiene sveglia di notte nonostante il giorno dopo devi prendere un aereo molto presto. Perché parla di te, non solo a te, uno di quei miracoli che succedono con i libri belli. Perché le donne intelligenti sono stupide in amore? È il sottotitolo, ma anche la domanda che si fa la protagonista e che pone alle sue tante amiche e che tutte noi, prima o poi, si sono fatte. Le donne riescono a fare molte cose prodigiose, crescere i figli da sole, lavorare e guadagnare molto, fanno viaggi avventurosi e risolvono una quantità spropositata di problemi eppure, quasi sempre, sono cretine in amore. Perché? Attorno a questa domanda complicatissima si dipana questa autobiografia immaginaria dove la protagonista racconta di una delusione d’amore, di un uomo traditore e inaffidabile che ci è mancato un pelo che mandasse all’aria anni di libertà, di piacere, di emancipazione e di evoluzione spirituale. Una femminista può finire sotto la suola di un noioso buddista la cui unica preoccupazione è raccogliere le carote nell’orto?  Può eccome. Alzi la mano chi non ci è cascata, chi per un tempo breve o lungo non si sia improvvisamente ritrovata a rinunciare alla propria radiosità e a vedersi appassire a fianco di un uomo invidioso del nostro talento o cinico a tal punto da sputare sulla nostra bellezza. Ma perché lo facciamo? A tutto questo risponde, nella sua esilarante interlingua,  Guru Dev Singh maestro di kundalini yoga messicano che appare magicamente nella vita della protagonista quando ne ha più bisogno dispensando pillole di saggezza. Guru Dev (chiamato lo Zio dai suoi studenti romani) pronuncia verità insopportabili come «Las donnas apasionadas no vanno ben para hombres de cierta età, gli fanno aumentar la presiòn. Sono mejores le donne dulci.» e verità imprescindibili, come quando ammette di essere uno stronzo, come tutti gli altri uomini. Perché, sostiene il maestro, si è ancorati a un’idea di amore vetusta e pisciana, ovvero a un modo di pensare alle relazioni che andava bene nell’Era dei Pesci, ma che può portare grande sofferenza in quest’era aquariana, dove le relazioni di coppia sono in crisi perché «L‘idea che tu appartieni a qualcuno, e che qualcuno appartiene a te, è finita, ovunque potete vedere che non funziona più.» Ma tutto questo non provoca grande sofferenza? Si chiedono Paola e le sue amiche. Sì, dice Guru Dev. Ma nella vita hai due possibilità: soffri, o non soffri. 

Il sesso magico non è solo un romanzo sull’amore. È anche una grande storia sull’amicizia femminile. Nessuno riesce a consolarti dal dolore di un amore fallito più di un’amica che non solo ci è passata, ma che conosce molto bene la medicina da somministrarti quando ne hai più bisogno. È il ritratto di una donna uguale alle altre eppure speciale, che viaggia, lavora, fa figli, si innamora, soffre, fa cazzate e rischia di perdere se stessa. È la storia di tutte noi, che in qualche modo siamo riuscite a sopravvivere sempre. 

«Sapete che cos’è il sesso magico? Un ragazzo incontra una ragazza che gli piace e le chiede: “Facciamo l’amore?” Lei risponde di no, non lo conosce abbastanza. Lui insiste: “Se vieni a letto con me conoscerai il sesso magico.” “No” si schermisce lei. “E dai” la incoraggia lui. Lei allora gli domanda: “Che cos’è il sesso magico?” “Non posso dirtelo” risponde lui, “altrimenti non verrai con me.” Ma lei vuole che il segreto le sia svelato prima, ad ogni costo. “Bene” si arrende infine lui, “il sesso magico è così: tu e io andiamo a letto insieme, ed entrambi proviamo moltissimo piacere, tu sei molto soddisfatta, io sono molto soddisfatto. Poi, quando abbiamo finito, ti dico: ‘Sparisci!’ E tu sparisci.”»

 

 

Adesso ci credete che sto male?

Tutta colpa di un’orchidea.

L’avevo recisa a mani nude e una lacrima bianca, appiccicosa, dallo stelo era caduta sul dito.

Veleno, ho pensato. Veleno di orchidea, veleno che uccide, che la pelle assorbe e che a poco a poco invade tutto l’organismo e blocca il cuore, blocca il respiro, contamina e disidrata gli organi.

Era la fine dell’estate, un pomeriggio assolato. Mi sono sdraiata sul letto, in penombra, e ho aspettato la morte. Il cuore era un tamburo pesante, la testa girava, la gola si era chiusa mentre il sudore scendeva dalla fronte, mi gelava le mani. Non riuscivo a muovermi, eppure dovevo fare qualcosa, non potevo aspettare che la morte mi cogliesse impreparata.

“Orchidea velenosa” ho digitato su Google.

Per i gatti, sicuramente. Per i bambini, forse. Nessuno però parlava di me, di quello che al mio corpo poteva capitare se finiva a contatto con la linfa di orchidea. Chi poteva saperlo, quindi, se sarei morta? Nessuno. Solo io sapevo quanto stavo male, solo io potevo sentire l’assenza dell’anima che negli ultimi minuti sembrava avermi abbandonato. Evaporata.

Sono rimasta ferma sul letto, braccia e gambe distanti dal corpo, ho chiuso gli occhi e mi sono addormentata per non sentire la morte stritolarmi.

Da quel giorno, l’idea che il mio corpo sia un contenitore corruttibile e destinato alla morte è diventata sempre più un’ossessione, aggravata dal timore che i farmaci non possano aiutare. Ho il terrore di essere allergica a una medicina a mia insaputa, le volte che sono stata costretta a prendere un antibiotico ho rifatto lo stesso percorso: letto, “allergia a un antibiotico sintomi” su Google, di nuovo letto, attesa della morte, sonno. Una volta un medico mi ha detto “Lo prenda lo stesso e sia cauta. Tenga l’antistaminico a portata di mano”. E se sono allergica anche all’antistaminico? Ma questo non l’ho chiesto, perché non vorrei mai inimicarmi un medico.

Nelle città dell’antica Grecia, un individuo poco gradito alla comunità perché ritenuto portatore di sfortuna e disastri veniva espulso e chiamato pharmakos, il maledetto. Solo più tardi il termine servì a indicare un avvelenatore, un mago o stregone e da qui l’evoluzione in unguento, droga, farmaco. Le medicine non sono un veleno, a meno che non si sia affetti da ipocondria. Quando questa terribile malattia ti colpisce, qualsiasi cosa può essere potenzialmente fatale e le cure sono praticamente introvabili, perché l’ipocondriaco non solo non crede nella bontà della cura, ma la teme. Come Beraldo, fratello dell’ipocrondriaco Argante de Il malato immaginario di Molière,che sostiene che la medicina sia una delle più grandi follie dell’umanità. A pensarla allo stesso modo è il medico di base di un mio amico, Marco, che poco tempo fa è andato a farsi prescrivere un farmaco. Nel corso della visita, il dottore ha confidato a Marco di soffrire del suo stesso problema, ma che quel farmaco non lo prende e che, anzi, lui non prende proprio nessuna medicina. “Non mi vorrà dire che lei è ipocondriaco” ha detto il mio amico. Il medico ha abbassato gli occhi e in un sussurro ha detto “Non mi sono neanche fatto visitare”.

La regione dell’ipocondrio è situata nella zona intercostale dove a volte può capitare di avvertire delle fitte, che le persone non malate di ipocondria prendono per quel che sono, mentre gli ipocondriaci si convincono che si tratti del principio di un attacco cardiaco o di tumore ai polmoni (e il paradosso esilarante è che spesso l’ipocondriaco fuma, e pure parecchio). L’infarto è avvertito da almeno il 90% degli ipocondriaci, le cui ansie sfociano spesso in crisi di panico che provocano sintomi simili a quelli dell’attacco cardiaco. Ma perché l’ipocondriaco ha tanta paura di morire? Anzi: di ammalarsi gravemente e di contrarre una di quelle malattie rare che nemmeno i medici più esperti sono in grado di riconoscere, e infine morirne? Non sarà, forse, un forte attaccamento alla vita? Secondo Luigi D’Elia, psicologo e psicoterapeuta,  «L’ipocondriaco lascia ai segni indistinti del proprio corpo, sempre mal interpretati e ai timori di travolgimento patologico, il discorso indicibile sulle proprie emozioni. Se potesse narrare qualcosa forse racconterebbe storie che sono criptate e dolorose. Un compromesso è dunque attivarsi e preoccuparsi per un corpo che non è mai totalmente controllabile. Il problema vero dell’ipocondriaco è l’ansia del controllo più che la paura della malattia. Lui sa bene di non poter avere sotto controllo tutto. È una vera e propria disperazione che in genere coincide con momenti di stress della propria vita e di abbassamento delle difese. È una condizione penosissima, intere nottate invase da pensieri di morte e dissoluzione. Il dubbio ossessivo non è un dubbio conoscitivo che si risolve, e un dubbio che rimane tale è un dubbio distruttivo.»

Chi soffre di ipocondria non ha dunque fiducia nella medicina, i dottori non vengono creduti o si sospetta che tacciano verità dolorose sullo stato della salute del malato immaginario. Non tutti gli ipocondriaci ricorrono a esami medici a scadenze regolari, ma chi lo fa e legge avidamente i risultati si convince che le analisi non siano state fatte secondo le procedure adeguate e quindi siano errate o che sia in corso una malattia silente che nemmeno il sangue è in grado di identificare. Mio padre, uomo vitale ed energico che oltre agli occhi castani mi ha passato l’ipocondria, è sempre triste quando torna a casa con i risultati degli esami: anche stavolta non mi hanno trovato niente, dice sconsolato. Perché l’ipocondria è una lunga attesa, una perenne premonizione che qualcosa di terribile stia per accadere e se non accade oggi sicuramente accadrà domani. Sulla pagina Facebook “Diario di un ipocondriaco” c’è l’immagine di una lapide con scritto “Adesso ci credete che sto male?”. Gli utenti scherzano sulle proprie fissazioni, cercano di placare l’ansia come meglio possono: “Ma allora anche tu hai paura che qualcuno abbia contaminato la bottiglia d’acqua che compri al supermercato e prima di berla la capovolgi per vedere se sono stati fatti dei buchi sul tappo?”. È consolante sapere di non essere soli, perché se è vero che l’ipocondriaco è convinto di avere malattie rarissime, la consapevolezza che l’ipocondria sia così diffusa può essere confortante. L’ipocondriaco però si sente solo, più persone lo circondano d’affetto promettendogli che non morirà nelle prossime ore e che nessuna malattia corromperà il suo corpo, più ritiene che tutte le sue fissazioni abbiano fondamento. Ci si sente soli a un pranzo, dopo aver mangiato qualche cucchiaiata di purè di fave e ci si convince di essere affetti da favismo e ci si chiude in bagno, aspettando la fine; ci si sente soli a casa, dopo aver spruzzato menta piperita nelle stanze per rendere gradevole l’ambiente e poco dopo la gola brucia, le mucose si seccano, e si teme che i polmoni siano stati gravemente inquinati. Ma un ipocondriaco può guarire?

«Difficile guarire da uno stile di vita, da una visione di sé e del mondo. Se di guarigione si può parlare, ciò accade perché un modo più funzionale eclissa un modo meno funzionale, ma non è che scompare, si mette sullo sfondo e non nuoce più. Si rimane ipocondriaci di fondo ma il pensiero diventa critico, si rinuncia al controllo ossessivo e tutto si relativizza, sempre a patto che lo stress non ritorni e chieda il suo conto» , dice Luigi D’Elia.

Ho mal di testa, apro la confezione di analgesici, sul bugiardino c’è scritto che l’assunzione può provocare, fra le altre cose, angioedema o grave shock. Che faccio, mi tengo il mal di testa o vado verso una morte probabile? Mi tengo il mal di testa, mi metto a letto, chiudo gli occhi. Dormo.

Noi che siamo figli dell’Etna – articolo su Grazia del 7/1/19

Lei è tornata la notte di Natale. 

Lei che fa tremare la terra, che incute timore. Che esige rispetto, che sbuffa, minaccia, i suoi improperi sono fiumi di lava.

L’estate scorsa sono tornata dopo molti anni nella mia città natale, Catania. L’ho fatto insieme al mio fidanzato, che non vedeva l’ora di vedere l’Etna per la prima volta. 

“Se lei vorrà” ho detto appena usciti dall’autostrada e una spessa coltre di nubi la nascondeva. 

“Ma perché lei? Non è un vulcano? Non è maschile?”

“È un vulcano, ma è femmina. In perenne sindrome premestruale, ogni tanto si apre e quello che vedi è il suo sangue. Per noi è una grande madre.”

‘A Signura. È così che mi rivolgevo all’Etna quando da piccola la ammiravo dal balcone di casa. Una maestosa signora ammantata di bianco in inverno, che si spogliava e diventava verde in estate e che ogni tanto dava spettacolo annunciando il proprio ritorno con boati, pennacchi fumosi e una pioggia di cenere che era l’incubo di mia madre, di mia nonna e delle mie zie che per giorni le vedevi con le scope in mano, come delle streghe pronte a spiccare il volo, a raccogliere la sottilissima polvere nera. Che la terra tremasse, che la lava ci sommergesse tutti ma, per carità, Dio ci liberasse dalla terra nera! Te la ritrovavi dappertutto: fra i capelli, dentro le calze o le mutande, scricchiolava sotto le scarpe e ogni passo diventava un monito, ricordandoti quanto la tua vita fosse incerta, che quella terra caduta dal cielo poteva essere solo un gioco oppure un avvertimento e che se era un avvertimento allora c’era poco da stare allegri, la morte poteva arrivare in ogni momento. Per molti anni ho abitato a Nicolosi, il paese alle pendici dell’Etna. D’inverno nevicava spesso, vedevo i turisti arrivare con le tute e gli sci, mi sembrava che violassero la sacralità del vulcano. “Chissà come si arrabbierà Idda”, pensavo guardando la cima innevata. Non ho mai avuto un rapporto più esclusivo e potente di quello avuto con l’Etna. Io l’amavo e la temevo. E ad amarla moltissimo non solo la gran parte dei catanesi, ma anche quell’amica giapponese di mia madre che agli inizi degli anni 90 lasciò il futuro trasferendosi nel passato: Tokyo – Nicolosi solo andata. Abitava in una piccola casa di pietra dipinta di rosso e viveva creando posacenere e vasi con la pietra lavica. Nessuno sapeva come si chiamasse prima di arrivare fra la nostra gente, dal suo arrivo si fece chiamare sempre Etna. Poteva avere sessant’anni o quindici, nessuno lo ha mai saputo. Etna aveva lasciato la sua isola, altrettanto vulcanica e pericolosa, per la nostra. Anche lei venerava la nostra vulcanessa, anche lei non aveva dubbi che si trattasse di una femmina. Da quel che so sta ancora lì, a guardarla e a pregarla tutte le notti, a prendere i suoi figli e trasformarli in oggetti da rivendere al mercatino. 

La Signora. Che tutto vede e tutto conosce. Seduta sulla città nera da lei più volte sommersa e pietrificata, la veglia e la protegge. Ma non da se stessa. Come quelle madri che non vogliono che ai loro figli sia fatto del male, ma che inconsapevolmente sono loro a provocare dolore, a dare tormento e spavento a coloro che assicurano di amare. Non c’è nulla di più consolante per un catanese che guardare verso il vulcano, anche mentre i lapilli sgorgano dalle bocche. È quella casa. E familiare è anche la sensazione di poter perdere tutto in poco tempo, la propria abitazione, i propri cari, la propria vita. Perché nulla, qui, ti appartiene davvero. È tutto suo. Della Signura. 

Da bambina credevo che le nuvole esistessero solo a Catania, soffiate fuori dalla bocca dell’Etna. Il vulcano, dunque, come inizio e come fine di tutte le cose. Che dà la vita e che la toglie. Non a caso, secondo gli antichi, il Tartaro si trovava proprio sotto il vulcano, dentro la cui bocca scendevano le anime dei morti. Forse, pensavo mentre guardavo il fuoco colare sui fianchi della montagna, quelli sono i morti che chiedono di essere liberati e che vogliono farsi una scampagnata fuori, stanchi di andare avanti e indietro nel sottosuolo.

Non è strano che da bambina pensassi alla morte, alle cose che potevano succedere alla tua anima una volta che il corpo lasciava il mondo fisico. Qui, a Catania, tutto ti parla della morte, dagli edifici costruiti con la pietra lavica e che danno alla città un’aria luttuosa eppure abbagliante di luce. Perché dentro tutto quel nero si nasconde il fuoco, il cuore caldo della pietra. Una città fatta di chiaroscuri, per la quale esiste il bianco o il nero, la luce o il buio. 

Un territorio lunare è quello che circonda le pendici della montagna, dove si susseguono paesini etnei affacciati su sterminate pianure di lava raffreddata e antica che rendono il paesaggio aspro e che, ancora una volta, ti ricordano quanto il tuo stare su questa terra sia incerto. Sembrano sculture aliene quelle che vedi scorrere oltre il finestrino dell’automobile, il vento e il tempo hanno fermato e infine plasmato quel fuoco e allora, pensi, che anche alla furia del fuoco c’è rimedio, che esiste chi è capace di placarlo e spegnerlo. 

C’è un’immagine nei miei ricordi a cui torno sempre quando ho nostalgia della mia terra. È l’alba di un giorno d’estate. Sono in macchina con i miei genitori, stiamo andando nella casa al mare. Mio padre e mia madre davanti, io dietro. Alla mia sinistra l’Etna erutta, gli zampilli di lava contro il cielo blu elettrico attaccato per un brandello alla notte. Alla mia destra il mare, placido, senza increspature, le nuvole soffici sono appese a un cielo rosa e arancione. All’orizzonte il sole sta nascendo dal mare, ha lo stesso colore della lava. Da un lato la furia, dall’altro la calma. E in mezzo io, che ancora adesso non so da che parte stare. 

Love Stories – Tutte le storie sono storie d’amore

Da oggi potete ascoltare il trailer del mio podcast scritto insieme a Chiara Tagliaferri e prodotto da Storielibere. Ogni primo del mese una nuova incredibile storia d’amore, la prima puntata sarà eccezionalmente in onda il 24 dicembre. 

W l’amore! 

C’era una volta…

1938. Biancaneve sogna il principe, lo confessa al pozzo, agli animali, ai nani: non lo sceglie, viene scelta da lui mentre dorme. Magari nemmeno le piace, vai a saperlo. Biancaneve non sceglie niente, non è padrona neanche della propria sopravvivenza: è il cacciatore che sceglie di non ucciderla, sono i nani che le danno un letto e del cibo. Dominata dalla paura, si lascia agire. Ha il viso dolce di chi è nata per accogliere e confortare, tondo come vuole la moda dell’epoca, quando si doveva chiarire che la fame della depressione era superata e la gente aveva finalmente da mangiare, era in carne, florida, sana. Una donna adatta a fare figli. 

1950. Cenerentola sogna una vita migliore e per ottenerla deve sposarsi, perché da sola non le riesce tanto bene. È una donna imprigionata dalle incombenze quotidiane, dalla ripetizione esausta dei giorni. Non è tanto interessata al principe, quanto alla possibilità di liberarsi dalla matrigna e dalle sorellastre. In pratica vuole liberarsi, ma solo sposandosi riesce a rompere le catene. Mai come in quegli anni le casalinghe hanno dominato la scena: il boom economico, la conseguente invenzione degli elettrodomestici e il crescente consumo le hanno messe al centro dell’interesse. Non sociale né culturale, ma economico. La casalinga va idolatrata e sostenuta solo in quanto consumatrice. 

1959. Anche La bella addormentata sogna moltissimo, a un certo punto incontra nel bosco uno che le piace; caso vuole che sia lo stesso capace di sconfiggere la foresta di rovi e salvarla dal sonno eterno. Aurora ha quindi scelto e la sua scelta è stata premiata. Eppure da sola non riesce a dominare la propria vita: ha sempre bisogno di quel bacio che la svegli dal sonno eterno. Diversa da Biancaneve perché lei ha scelto, ma comunque soggetto che non agisce. Potrebbe essere paragonata alle segretarie che dagli anni 50 hanno soddisfatto i desideri e i bisogni dei loro capi e grazie ai quali hanno avuto la possibilità di risvegliarsi dal torpore della vita casalinga e accedere a un mondo che le vede più dinamiche e attive. 

Per ben due decenni, la Walt Disney Pictures decide di non raccontare storie di donne, di principesse. Sono anni in cui hanno la meglio i topi (“Bianca e Bernie”, “Basil l’investigatopo”), i cani e i gatti (“Red e Toby nemiciamici”, “Gli Aristogatti”), perché gli animali non facevano la rivoluzione, le donne avevano appena cominciato. Difficile collocarle, difficile capire dove stessero andando e cosa fossero diventate nel frattempo: dove erano finite Biancaneve, Cenerentola, quelle donne dal viso ovale sempre pronte a dire sì? Bisognava ripensare tutto e adeguarsi ai tempi; ma i tempi corrono troppo veloci e le donne ancora di più. 

1989. Ariel vuole vivere in un altro mondo, il padre glielo impedisce. Per ottenere quello che vuole baratta addirittura la propria voce con la strega del mare; la voce, strumento fondamentale per comunicare chi è, cosa vuole. Ariel seduce il principe non grazie alle sue parole, quindi, non grazie al suo pensiero, ma solo attraverso la propria bellezza, da cui lui è in effetti folgorato. Per Eric, Ariel è solo un corpo, un involucro da riempire come meglio crede. È la fine degli anni 80, Bret Easton Ellis ha scritto “American Psycho”, il romanzo che più di tutti racchiude la follia di quegli anni, i corpi duri delle femmine che frequentano i privè dei locali, delle modelle che dominano la scena e che diventano protagoniste assolute di quell’epoca, icone più che persone. Ariel è la donna che vuole emanciparsi, ma per farlo deve perdere qualcosa. E ciò che perde è la possibilità di raccontarsi, preferendo vendere la propria immagine. 

1991. Ne La bella e la bestia, Belle sogna moltissime avventure e tante ne avrà con quella bestia che riscopre la propria umanità: Belle trasforma la bestia in un uomo, ha una funzione trasformatrice e rigeneratrice e vivrà le sue bramate avventure. Insieme a lui. Sono passati pochi anni da La Sirenetta, adesso il mostro non è più lei, donna con la coda di pesce, ma lui. La femmina umana deve, con la forza dell’amore, trasformare il maschio bestiale in un uomo capace di convivere con gli altri, con la donna che ama e infine con sé stesso. È la prima volta che la donna assume questo ruolo, ma è ancora troppo presto per parlare di emancipazione. Stessa parabola di Vivian, che sulla Hollywood Boulevard viene caricata da Edward Lewis; lei prostituta, lui ricchissimo uomo d’affari poco a contatto con i propri sentimenti. Grazie a lei lui scoprirà la vulnerabilità del cuore, grazie a lei lui diventerà un uomo migliore. Non c’è più il principe che salva dal sonno perpetuo, ma la principessa che migliora il carattere scontroso del principe. 

1995. Pocahontas vive bene fra il suo popolo, ma vuole conoscere altro, nuovi mondi, nuove idee e speranze. Deve sposare Kokuun, ma Kokuun è noioso e la riporta sempre dove è già stata. John Smith le apre nuovi varchi, ma una volta aperti lei decide di non entrarci: raccoglie ciò che Smith le ha insegnato e rimane fra i suoi fiumi e i suoi boschi. Pocahontas decide con chi stare e dove stare, nessuno può impedirle di navigare il fiume. Non dipende da nessun uomo e nessun uomo dipende da lei: lei lascia che John Smith parta come d’altra parte John Smith lascia Pocahontas nella sua terra, senza desiderare di portarla con sé né di restare. È il primo, importantissimo passo, verso la libertà e l’indipendenza. Inglese come John Smith anche Lady Diana ha scelto l’indipendenza, ha abbandonato il suo principe e deciso di rimanere nel proprio territorio, ovvero in quel luogo dove lei poteva riconoscersi senza che le regole altrui le impedissero di esercitare la propria libertà. 

 

1998. Mulan non vuole seguire le tradizioni della propria famiglia: non vuole sposarsi, non vuole badare alla casa; decide di travestirsi da uomo e e si arruola nell’esercito, dove si innamora del generale. Ancora una volta una donna che si emancipa dal ruolo che altri avevano scelto per lei e si libera a tal punto dai cliché che non trova sconveniente innamorarsi, non crede che una relazione con un uomo possa sottrarle quella libertà duramente conquistata. Mulan appartiene a sé stessa ma appartiene anche all’amore, da cui non fugge. Nel 1998 le donne hanno conquistato molti spazi, non sono più relegate in casa, non sono più trofei da esibire: lavorano, formano famiglie insieme agli uomini e le lasciano quando non le rendono più felici. L’amore non le salva, è solo un felice corollario. 

 

2012. Merida esclama la potente frase “Io sono Merida e combatterò per ottenere la mia mano”. La prima principessa single e fiera di esserlo. Sono gli anni in cui una donna può esistere anche senza un uomo.