Non ho più usato stampelle di ferro da quando ho visto Faye Dunaway picchiare la piccola figlia adottiva. Non le ho più usate e ogni volta che la tintoria mi consegna le camicie con quelle stampelle sento una punta di terrore. La scena si trova in Mammina cara, film tratto dall’omonimo libro scritto da Christina Crowford, adottata dalla famosa attrice Joan. Era il film preferito di mia mamma che empatizzava con la bambina deprecando il comportamento sconsiderato, folle, violento della madre, salvo poi usare lo stesso tono, sbarrare allo stesso modo gli occhi, urlare con la stessa voce cavernosa e usare mani e oggetti per offendere, non appena mi vedeva fare o dire qualcosa che non le era andata a genio, come per esempio indossare una sua maglietta che lei mi aveva invitato a mettere o non mangiare un croissant a colazione. Un giorno mi sono seduta, le ho detto cosa non andava, ma lei ha negato con forza di aver mai avuto quel comportamento e che quindi la verità poteva essere solo una: lei era una madre eccellente, io una bugiarda che si inventava tutto.
Quello che in anni di arrovellamenti penosi ho capito è che mentre tutte le mamme buone sanno di essere affettuose, gentili e premurose con i propri figli, non tutte le mamme cattive sono consapevoli di recare danno. Molte sono convinte di fare del bene, chi perché pensa che un’educazione dura, severa, senza fronzoli, sarà d’aiuto nel difficile compito di crescere, chi perché effettivamente non ha idea di cosa stia facendo e allora tanto vale raccontarsela, dipingendosi migliori di quel che si è. Un’altra cosa che ho capito è che tutelare le madri dalla depressione, comprendere che qualcosa in loro non va, significa salvare un figlio e una donna dall’infelicità e dalle tragedie, perché molta rabbia, molto freddo e molti silenzi nascono da un grande dolore. Perse nel limbo grigio della depressione, anche le madri più giuste riescono a erigere muri invalicabili, a non aver alcun interesse nei rapporti con gli altri, nemmeno con i figli. Esistono, poi, donne che si odiano così tanto che detestano tutto ciò che il loro corpo produce, inclusi i bambini. Altre, così attaccate alla vita di prima, a ciò che si sono lasciate alle spalle mettendo al mondo un figlio o una figlia, che non riescono a perdonare i propri piccoli, accusati segretamente di averle derubate dei loro anni migliori.
Non è vero che le donne sono programmate a fare le madri, non è vero che l’istinto materno lo hanno tutte nel momento in cui mettono al mondo, non è vero che le buone madri non facciano una fatica spaventosa per rimanere tali, non è vero che una cattiva madre lo resta per sempre.
La letteratura è piena di figlie e figli maltrattati, di uomini e donne che sono cresciuti, nonostante tutto, che hanno perdonato nonostante tutto o che hanno preferito il perpetuo allontanamento da casa, l’eterno silenzio, l’occultamento totale. Le ultime a scrivere di amore e rancore materno sono state Carmen Pellegrino con il romanzo La felicità degli altri (La Nave di Teseo) e Asia Argento in Anatomia di un cuore selvaggio (Piemme), due storie molto diverse che tuttavia convergono in unico punto: al dolore, alla violenza, alla mancanza di affetto, all’amore pazzo delle proprie madri sempre si sopravvive e sempre si perdona. Anche da vecchi, quando forse avremo dimenticato il volto amorevole o terribile delle nostre madri, chiunque siano state e in qualsiasi modo ci abbiano cresciuti, invocheremo sempre il loro nome se ci faremo male, sarà sempre lei, la mamma, cui ci rivolgeremo per ricevere asilo e conforto da ogni pena.
Osservo mio figlio, trovo nei suoi occhi una piena fiducia che non si aspetta di essere delusa mai. E allora mi rendo conto che la difficoltà tanto decantata dell’essere genitori risiede proprio lì, nel non venir meno al patto segreto d’amore che stringiamo con le persone che mettiamo al mondo e alle quali promettiamo che non faremo mai loro del male e che quando ci scopriremo a farlo, basta chiedere scusa. Amare è un atto di coraggio, dopotutto.
«In una notte di aprile mi sono svegliata di soprassalto e ho avuto l’urgenza di scrivere la storia di una donna che partorisce, della funesta relazione con sua madre e della prepotente esigenza di non assomigliarle mai. Ho obbedito ai fantasmi del buio e l’ho scritto solo dopo il tramonto. Poi quando il romanzo che covavo è venuto alla luce, ho cominciato a comporlo anche di giorno e l’ho concluso». Nasce così Il primo dolore (La Nave di Teseo), romanzo sulla nascita come sigillo fondativo del nostro stare al mondo, nono libro di Melissa P. ma il primo ad essere firmato Melissa Panarello, nome e cognome per esteso: «Quello pseudonimo l’aveva scelto l’editore con i miei genitori. Ai tempi di Cento colpi di spazzolaero minorenne, oggi ho 33 anni, voglio essere tutta intera». Ed è giusto che sia così perché con questo romanzo (ri)nasce una scrittrice: trama potente, scrittura matura, personaggi scolpiti, emozionante e perturbante, Il primo dolore segna l’ingresso di Melissa Panarello nell’età adulta, anche letteraria.

Paola Tavella ha cominciato a scrivere questo libro un pomeriggio d’autunno sul tavolo della mia cucina. Non sapeva ancora cosa volesse raccontare, cosa che dopotutto succede a tutti quelli che a un certo punto si siedono e cominciano a scrivere una storia che non si sa bene dove li porterà. Le ho preparato una delle mie tisane tiepide e l’ho lasciata lavorare mentre i miei gatti la importunavano. In casa si sentiva solo il rumore dei tasti del computer. Il furore creativo le fece finire il primo capitolo in poco meno di un’ora, e me lo lesse. Era solo l’inizio di quello che sarebbe poi diventato un romanzo magnifico e potente.
Lei è tornata la notte di Natale.
