Lila e Lenù – Specchio 2022

Non saremo mai abbastanza grate a Elena Ferrante per aver saputo riportare alla luce due figure femminili che da decenni nessuno più osava ritrovare, che sono antichissime e che avranno sempre futuro davanti a sé. E grazie anche ai creativi e ai tecnici che realizzano la serie L’amica geniale tratta dai libri pubblicati da Edizioni E/O, e a chi decide di portare in prima serata sul primo canale un corso di educazione sentimentale per maschi e per femmine. È infatti nelle sfumature che riconosciamo tratti di noi stessi e in queste due donne così nette e al tempo stesso cangianti, troviamo una storia che ci è sempre appartenuta ed è una somiglianza che parla al nostro cuore e ci fa capire quanta complessità abiti in noi. 

La mia è la storia di Lenù, di ragazza dei margini nata in una famiglia che da una parte ti dà gli strumenti per emanciparti, dall’altra ti insulta perché sei diventata diversa da loro; sono lei quando guarda fuori dalla finestra mentre la madre le dice “Che ti credi? Di essere meglio di noi?”; sono lei quando pubblica il primo romanzo e le dicono di aver scritto delle porcherie e immagina questa folla di persone che le corre incontro con il libro in mano agitandolo come un sasso pronto a colpirla; sono lei quando si sposa e mette al mondo dei figli e vive nel tormento di non riuscire a fare la scrittrice perché è una madre e di non riuscire a fare la madre perché è una scrittrice; sono lei quando fugge ma resta sempre calma. Però sono anche Lila, anzi sono soprattutto Lila con le sue reazioni esagerate e violente, con le sue fragilità urlate a pieni polmoni, con la sua rabbia e la sua voglia di distruggere tutto ciò che funziona, anche solo per il gusto di vedere come è fatto dentro. Sono Lila aggressiva, sono Lila distrutta, sono Lila impazzita. Sono sempre due le istanze dentro una donna che l’esoterismo non ha esitato a mostrarci raffigurandole una con il volto de La Papessa, principio del tempo, riflessione e gestazione, l’altra con il volto de L’Imperatrice, principio dello spazio, del potere e della forza creativa e creatrice e anche disruttrice. E ripenso a Melania di Via col vento, a quanto ho odiato quel suo modo di incassare sempre tutto e far finta di soccombere quando in realtà aveva sempre lei in mano le redini della situazione, ed era lei a dirigere le vite degli altri, a trattenere e a respingere con violenza chi voleva o non voleva vicino a sé. E poi c’era Rossella, la viziata, capricciosa e insopportabile Rossella, vittima fiera, finta cattiva nella quale mi ritrovavo completamente, soprattutto quando non ha soldi e per farsi graziosa si confeziona un bell’abito con le ultime tende rimaste in casa. Quando ero molto giovane rifiutavo di riconoscermi uguale a una preferendo di somigliare all’altra, ero sempre disposta a cedere il passo alla donna che dentro di me ritenevo più interessante vivendo nel rifiuto di scoprirmi molteplice e vasta. Una ragazza non capisce chi vuole essere e solo invecchiando scopre che non deve operare nessuna scelta, che nel corso della vita è un continuo ritrovarsi e perdersi, scoprirsi ora giovane sconsiderata, ora vecchia saggia, timida e spregiudicata e in lei vi sono la forza, il dolore e la fragilità di tutte, l’amore di tutte. È per questo che Lenù e Lila parlano a tutte noi, perché sono in noi e noi siamo loro. E quando perdiamo quell’amica geniale che è annidata nel nostro petto e che un tempo aveva il nostro nome, solo per un momento sentiamo un atroce smarrimento, ma l’attimo dopo siamo disposte alla guerra e all’improvviso, eccola, la ritroviamo: lei che non ci aveva davvero mai abbandonato.  

La tua bocca è la mia religione – Specchio 2022

Non so chi fra voi lettori e voi lettrici di queste belle pagine fa lo stesso gioco che faccio io: guardo le coppie, tutte le coppie, quelle che conosco e quelle che non conosco, e me le immagino a letto. Non è un esercizio che compio per erotici piaceri, né per quelli masochistici (che sono poi, a volte, la stessa cosa). Mi piace la forma che assumono i corpi nella mia testa e mi piace immaginare dove e come lo fanno, le coppie che vedo: su lenzuola stropicciate sporche di pan di gocciole? Di fretta, dentro un piccolo bagnetto? Lui sta sopra o preferisce stare sotto? Lei gode davvero o a volte si concede per compiacenza o per tenerezza? E quando accadono quelle esplosioni di eros, cosa fanno di diverso dal solito? Si guardano un porno? Invitano un amico, un’amica o un amic@? Il non saperlo è la mia dannazione. Dunque non posso che rendere grazie a Edoardo Albinati che con “La tua bocca è la mia religione” (Guanda) ci mette a parte dei suoi intimi segreti e ci fa vedere come lui e la bellissima, intelligentissima, compagna si accoppiano. Non assistiamo a un’esibizione, ma a un racconto di vita coniugale. E che cos’è la vita coniugale senza il sesso? È martirio e tormento, dunque gioiamo dell’esistenza di un matrimonio pieno di sesso. Non poteva mancare chi si strappa i capelli: “Ma come? Ma che poco tatto nel raccontare il sesso con la signora!” “E la ex che penserà?” “Ma non si vergogna?”. No, non si vergogna. Dovrebbe vergognarsi chi vive da anni con la stessa persona detestandone la pelle al punto da non onorarla con baci e carezze. Non può esserci vergogna nella devozione del corpo dell’amato o dell’amata, che è quello che fa Albinati con il corpo di Francesca D’Aloja. Almeno con le parole, perché poi della loro vita coniugale ed erotica sappiamo proprio un bel niente. Ma a noi solo le parole vengono date e solo di quelle ci occupiamo, e le diamo per vere, perché la letteratura è sempre vera anche quando è finzione. Non partecipo dunque al coro di prefiche, ma mi unisco ai canti di gioia. 

Ma queste poesie sono belle, sono brutte? Arduo è il compito del recensore, da veri coraggiosi recensire poesie a meno che non sia tu stesso un poeta. Non voglio farlo, ma mi interessa ciò che gira intorno a questo libro, alle polemiche che ha scatenato e alla polvere che ha smosso dai vetusti scaffali pieni di volumi dove si preferisce celebrare la morte di eros. Non sono le prime poesie erotiche che leggiamo, per fortuna, ma sono fra le poche di cui conosciamo i protagonisti, i loro nomi, i loro volti. E se nel revenge porn c’è l’insolenza di distruggere la persona con la quale fino a un paio di giorni si è goduto insieme dei medesimi piaceri, nelle poesie erotiche di Albinati l’esibizione è la stessa ma con l’intenzione più rara e bella di costruire, intorno al corpo dell’amata, una fortezza a farvi da monumento e ornamento. Le intenzioni cambiano tutto, il modo in cui una donna sa portare addosso l’odore del sesso, come suonava quel cantante, è fondamentale per sancire la differenza fra chi fa del giudizio altrui il proprio tormento e chi il proprio divertimento. Non può esserci senso di colpa in chi non è colpevole di nulla e l’esibizionismo non è che un altro modo per affermare la propria presenza e, dopotutto, se non ti interessa esibirti ed esibire il mondo reale o di fantasia nel quale abiti, che scrittore o scrittrice sei? Scrivere non è che un portare all’esterno, è sempre un’attività che a che fare con la violenza, pure se dolce, alla forza che metti nella spinta. Una forma di aggressione che può di certo spaventare i docili, ma chi è avvezzo alla lettura e a lasciarsi schiaffeggiare, non c’è niente di meglio che ricevere un po’ di franchezza. 

Hotel Transilvania – Linkiesta 2022

Solo i cartoni animati con un grandissimo plot possono diventare saghe e pochi sono quelli per cui vale la pena produrre sequel o prequel. Spesso i produttori si fanno ingolosire dai milioni e milioni di spettatori e spettatrici che hanno fatto la fortuna di quello o questo lungometraggio, senza però considerare che una buona trovata non potrà mai essere paragonata a un’idea. Per esempio, nessuno mette in dubbio l’ottima riuscita del primo Frozen, il cartone con più merchandising della storia, ma sul secondo ci sarebbe un bel po’ da ridire. La storia regge, ma è lo spirito iniziale che viene perso, perché quella di Frozen è una storia che vive grazie alla risoluzione che i suoi personaggi riescono a trovare rispetto a un problema o un avvenimento nefasto. Una volta che l’hai trovato, cos’altro vorresti raccontare? La forza si perde quando conosci gli schemi dentro i quali i protagonisti si muovono e le canzoni, dopo un po’, annoiano. 

Hotel Transylvania, invece, ha una base così solida che pure se dovessero produrre l’episodio 75, saremmo comunque contenti. È quello che è accaduto anche con Shrek, di cui non siamo mai sazi, il cui semplicissimo e rivoluzionario plot è: un orco salva una principessa e i due si innamorano. Basta così? Certo: le cose più sono semplici e più funzionano. 

HT ha quest’idea: un vampiro vedovo cresce da solo la propria figlia. Da qui, naturalmente, esplodono infinite implicazioni. Dracula, in originale doppiato da Adam Sandler con accento slavo e in Italia da Claudio Bisio, è il papà iper protettivo di Mavis, deliziosa vampiretta un po’ strabica, ideale di bellezza di qualsiasi emo-goth. Drak ce l’ha a morte con gli umani, a cui il mostro non ha mai dato la caccia, colpevoli di aver ucciso l’unico amore della sua vita, anzi l’unico zing, come quelli della sua specie chiamano il colpo di fulmine da cui nessuno può sottrarsi e che capita una sola volta nella vita. Mavis cresce spensierata in un castello tetro e divertentissimo, il padre è uno spasso e l’hotel che lui ha costruito per ospitare i mostri è un vero e proprio successo. Quella di Mavis è una famiglia formata dagli amici del padre, dei veri e propri fellows che ricordano le commedie più riuscite e pazze degli ultimi decenni, da Una notte da leoni a Anchorman. Si tratta di Wayne, un lupo mannaro dall’alito pestilenziale che con la dolce moglie Wanda ha circa un centinaio di figli che lo stressano come un moderno padre che deve barcamenarsi fra quarantene e tamponi; Murray, una mummia centenaria con velleità da talent show; Griffin, un uomo invisibile di cui si vedono solo gli occhiali a goccia e che per buona parte del secondo film finge di essere fidanzato a una donna invisibile (che non esiste, ma nessuno può dimostrarlo); Frankestein, brutalizzato dalla moglie Eunice, in originale doppiata da Fran Dresher, la mitica Tata italo-americana dell’omonima sit-com. Gli ingredienti per fare una commedia spettacolare ci sono tutti, ma i creativi aggiungono un altro elemento esplosivo che è il vero fulcro della storia: Johnny, uno sprovveduto, avventuroso ed entusiasta turista americano provvisto di backpack che arriva, non si sa come, al magico hotel. Dracula ostacola fin da principio il suo arrivo e finisce per travestirlo da mostro per camuffarlo agli occhi dei sanguinari ospiti, ma soprattutto agli occhi ingenui di Mavis, da sempre curiosa del fuori (come la Sirenetta) ma tenuta lontana dal mondo (ah i vecchi padri che non lasciavano uscire le figlie!). Johnny sta simpatico a tutti, ma soprattutto diventa caro a Mavis, con cui la ragazza fa zing (sembra una cosa erotica, e forse lo è). Drak non può permettere che questo accada, innanzitutto perché sua figlia non si tocca e se a toccarla è un umano allora sono guai serissimi. Ma sullo zing non si discute e alla fine anche il Conte Dracula è costretto a fare pace con l’idea che nulla è immutabile e che la felicità, quando arriva, non va persa. Hotel Transylvania 2 è, se possibile, ancora più divertente con l’arrivo di Dennis aka Denisovich, il tenero figlio di Mavis e Johnny che non si sa se diventerà vampiro o resterà umano e, come sempre accade in qualsiasi storia di finzione e non, scatena faide famigliari. È qualcosa che tutti conosciamo, a più livelli: le famiglie dei giovani genitori si contendono virtù, pregi, e persino difetti di un nuovo piccolo componente della famiglia, rispondendo a un impulso tutto primitivo, da clan. Un bambino deve appartenere a qualcuno, deve avere un sangue a cui fa riferimento, dei geni da cui si è prodotto ed è chiaro che le persone più dirette a lui sono il padre e la madre, ma i nonni non concordano: li vogliono simili a loro, proiettano sui bimbi proprie fragilità e propri vizi che non sono nemmeno connaturati, ma si sono calcificati negli anni e, strato dopo strato, hanno prodotto le persone che sono. Drak vorrebbe Denisovich così simile a lui che gli cambia persino nome, vorrebbe che avesse le zanne, che volasse (lo fa quasi spiaccicare al suolo lanciandolo da una torre per invogliare il bambino a volare, ma quello non vola), ma Denis è figlio di Mavis e di Johnny, che è un umano, ed è anche un po’ sciocco, e in quanto figlio di sciocco anche Denis mostra alcuni interessi sciocchi che fanno cadere le braccia ai mostri. Prima o poi il nonno deve fare i conti con il fatto che quel bambino è un essere vivente a sé, che saprà realizzarsi e persino emanciparsi solo se lasciato abbastanza libero di essere. 

In tutti i Transylvania c’è talmente tanto materiale psichico e umano da cui attingere, che se ne potrebbe parlare per giorni, anche perché gli episodi 3 e 4 (quest’ultimo uscito da pochissimo per Prime) sono fucine di idee e momenti esilaranti. 

Menzioni d’onore: il Fantasma dell’Opera totalmente inopportuno che suona con gravità ai banchetti, le stregheriere, gli zombie che fanno catcalling e le musiche allucinate su cui anche chi è abituato ad ascoltare madrigali è costretto a ballare davanti ai propri attoniti figli. 

Encanto – Linkiesta 2022

Negli ultimi tempi, i cartoni animati hanno preso l’abitudine a raccontarci che non è strettamente necessario avere un talento, che puoi benissimo farne a meno ritenendoti in ogni caso una persona valida. Disney ci aveva già provato con Soul e lo conferma adesso con Encanto, meno riuscito da un punto di vista narrativo (l’ultima parte è un disastro, la sceneggiatura fa buchi da tutte le parti e la fretta di chiudere una storia che poteva avere un respiro più grande provoca non poca irritazione). 

Ma c’è un altro tema importante in questo cartone coloratissimo, un tema sempreverde in tutte le storie di formazione: la famiglia. Un po’ Coco (ma non si toccano mai quelle vette poetiche e si piange solo in un’occasione, quando l’abuela racconta della morte dell’amato marito), un po’ Gli incredibili, anche in Encantosi celebra l’amore che passa di madre in figlia, da nonno a nipote. Il guaio di questo tipo di racconti familistici è che la famiglia protagonista, in questo caso i Madrigal, si auto-celebra dipingendosi come la migliore del mondo (non lo dice mai ad alta voce perché è bravissima a ingannare con una falsa modestia), quella con più e più radicate tradizioni, quella che rispetto alle altre è speciale. Mi spiego meglio: i Madrigal sono una famiglia che ha ricevuto un miracolo (e già questo…) quando il bellissimo nonno è morto lasciando sola la giovane sposa con tre neonati gemelli. Questo miracolo ha dato una casa alla matriarca, una casa magica con un’anima con finestrelle che salutano e piastrelle che esultano, e a ciascuno di loro un talento. I tre figli diretti sanno: una invocare temporali e altri fenomeni atmosferici, uno prevedere il futuro e l’altra cucinare pietanze in grado di curare chi sta male. A loro volta, i tre gemelli hanno messo al mondo figli anche loro portatori sani di un talento, chi sa far nascere fiori dalle rocce e chi sente sussurri a chilometri di distanza. Solo una non è in grado di fare nulla, la protagonista Mirabel. Il paese che circonda la grande e colorata casa dei Madrigal è toccato dal miracolo in quanto gli abitanti sono fruitori diretti di tutti quei talenti ed è questo a provocare un fastidio molto simile a quello che è in grado di suscitare il fascismo: noi siamo i Madrigal e voi nun siete un… Una prepotenza, insomma, che personalmente non mi ha mai fatto davvero tifare per questa famiglia che a un certo punto si ritrova a perdere la casa, la magia e quindi tutti quei talenti che fino a quel momento li ha fatti brillare. In cuor mio ho pensato che un po’ se lo sono meritato, non puoi ritenerti migliore di altri, anzi addirittura necessario a una comunità che senza di te e i tuoi dolcetti cura raffreddore non saprebbe come sopravvivere. Mirabel è l’unica a mettere in dubbio tutto, ma certo mai mette in dubbio la suprema potenza della famiglia, per la quale vive e per la quale morirebbe. Questa storia di appartenenza morbosa al proprio sangue è ambientata in una bellissima Colombia, piena di animali e di piante e pienissima, anzi stracolma, di canzoni, di cui un paio memorabili: la ballata romantica Dos Oruguitas e Non si nomina Bruno. Bruno è lo zio visionario che diversi anni prima ha predetto che la casita e la famiglia sarebbero crollate per colpa di Mirabel, l’unica senza alcun talento. Spaventato dalle sue stesse visioni, Bruno ha deciso di allontanarsi dalla famiglia e nessuno lo vede più da anni. Non è necessario in questa sede raccontare cosa succede, anche perché qualcuno vorrà pure prendersi il divertimento di scoprirlo da solo (ma rimarrà deluso dall’evoluzione delle vicende); a un certo punto la magia della famiglia svanisce, crolla, ed è compito di Mirabel riesumarla. Lo fa, in un modo molto semplice e umano: si sporca le mani e le fa sporcare ai suoi famigliari. Il povero pueblo che vive intorno è chiamato ancora una volta a raccolta, sempre a testimonianza che i Madrigal quando vogliono qualcosa sanno reclutare le masse e, pure senza magia e senza più talenti, se la comandano: insomma, continuano a essere insopportabili. E alla fine, anche dopo una terza o quarta visione, nessuno capisce davvero qual è stato il senso di questo cartone dove si canta tantissimo, disegnato molto bene, e dove tre o quattro costumi di personaggi femminili sarebbero da ricopiare quest’estate. Alla fine, insomma, questi talenti servono o non servono? I Madrigal, per problemi di sceneggiatura, non sanno spiegarlo davvero e noi, ormai assuefatti da anni di talent dove non sempre vince il migliore e dove giudici appena usciti dalla pubertà ti dicono che non vali niente, non sappiamo davvero a chi credere. 

Curioso come George – Linkiesta 2022

George è la scimmia più ricca del mondo: vive in un lussuoso appartamento di Manhattan insieme all’Uomo dal Cappello Giallo, chiamato raramente con il suo nome, che è Ted. Hanno a disposizione anche una casa di campagna, dove molti episodi sono ambientati, a riprova che i soldi non gli mancano, come molti newyorkesi con qualche proprietà negli Hamptons. Nell’appartamento di New York, dove ad accogliere gli ospiti c’è un portiere in livrea che si accompagna a un bassotto snob, George conduce una vita che assomiglia in tutto e per tutto a quella di un bambino, ma godendo di una libertà che ai bambini è perlopiù preclusa. Dorme su un regolare lettino, ha una regolare cameretta, una zia affettuosissima che lo riempie di giocattoli. Eppure l’Uomo dal Cappello Giallo ben si guarda dal fargli da padre, anche se George è piccolo (di statura) l’uomo e la scimmia sono alla pari e anzi spesso è Ted ad aver bisogno del suo amico marrone. George può prendere mongolfiere, andare in giro per la città, essere assunto come imbianchino da una ditta di ristrutturazione: non suscita stupore la sua presenza scimmiesca, che anzi è molto apprezzata da amici disseminati per i vari quartieri di New York, fra cui lo chef italo-americano Pischetti e il suo gatto Polpetta. In ogni episodio, George decide di risolvere un problema ma, cercando di aiutare sé stesso o un amico, crea disastri. Proprio come un bambino di tre, quattro o cinque anni, si mette alla prova con generosità e spirito di sacrificio, ma finisce con il triplicare i problemi di chi già sta sotto un treno. È chiaro, però, che c’è il lieto fine e la risoluzione di qualsiasi guaio piccolo o grande è affidata a lui, a questa scimmietta astuta che non sa parlare ma è capace di farsi capire da tutti, umani e animali. Ogni episodio è raccontato da un narratore esterno (la voce godibilissima è di Massimo De Ambrosis, doppiatore ufficiale di Edward Norton), George si ingegna per risolvere questioni ora semplici (tipo come raccogliere le uova dall’aia senza che le galline si infurino) ora più complicate (evitare che un albero dove vive un amico scoiattolo venga abbattuto). Ricorre a tutte le proprie risorse intellettuali e raramente alla forza fisica, è alla mente e all’intelligenza che George ripone tutta la sua fiducia e sempre la spunta. 

L’Uomo dal Cappello Giallo si chiama così perché è vestito di giallo come un esploratore eccentrico di inizio novecento. È giovane, single e innamorato di una dottoressa del museo in cui lavora. Ha incontrato George proprio durante una spedizione in Africa e la scimmietta, incuriosita dallo strano umano, ha deciso di seguirlo fino alla grande città. Le cose belle di Curioso come George: la sigla, in inglese, sensata come potrebbe esserlo una hit trasmessa nel 1936 e i sottofondi musicali chic come possono essere i sottofondi musicali di New York (ogni riferimento a Woody Allen non è casuale); i disegni e i colori: fatti a mano o forse fatti così bene al computer da sembrare artigianali; l’inno all’intelligenza, come unica arma contro la fatica del vivere e tutti i disastri che solo ai vivi possono capitare. 

La storia di George è stata raccontata dal libro omonimo da cui la serie è tratta, pubblicato per la prima volta nel 1941 (la copertina gialla di quel libro divenuto un piccolo classico dell’infanzia è mostrata in una scena di Forrest Gump, il protagonista interpretato da Tom Hanks era un fan di Curious George). Nel documentario “Monkey business: The Adventures of Curious George’s Creator” è narrata la rocambolesca fuga dei due autori del libro. Margret e Hans Rey erano una coppia, lui illustratore, lei redattrice per un giornale che aveva in comune il Brasile (dove avevano entrambi vissuti, separatamente, e lui aveva esercitato la professione di venditore di vasche da bagno) e l’odio contro il crescente antisemitismo che si era diffuso in Germania. Vivevano a Parigi e lì un editore chiese ad Hans se gli andava di scrivere un libro illustrato per bambini, cosa che lui fece con grande simpatia insieme alla moglie. Solo che in quel momento i nazisti premevano sulla capitale francese e i due, in sella a rudimentali biciclette costruite nella notte da Hans, scapparono incappando in diversi posti di blocco ai quali mostravano i fogli del manoscritto di George (che all’epoca si chiamava ancora Fifi) per dimostrare che loro erano innocui. 

È quindi da menti così libere, geniali e fedeli all’intelligenza che è nata la scimmietta più amata dai bambini, che fra matematica e ossa di dinosauro è la dimostrazione che non importa quanto piccolo sei e non importa se sai parlare: alla fine riuscirai sempre a scamparla. 

The Ferragnez – Specchio 2021

Su queste pagine, non molto tempo fa, ho scritto della bella serie “Scene da un matrimonio” che mi pareva avesse toccato il punto più alto dello storytelling sulle coppie e i matrimoni, finché non ho visto “The Ferragnez”. 

Quello che so, senza dover indagare troppo, è che in moltissimi la vedranno ma in pochi ammetteranno di averlo fatto. Quelli della mia bolla, almeno, scrittori, scrittrici, editori, intellettuali di varia natura, che per qualche ragione provano spesso ritrosia e vergogna di tuffarsi nel pop e ritengono tutti i fenomeni di costume poco raccomandabili. Senza il pop, invece, non si capisce niente, perché è nelle pieghe del presente che si nascondono lampi de futuro e questo presente lo dobbiamo sapere come è fatto se non vogliamo incedere nel buio. Anche Omero era pop, il pop è del popolo e dunque sempre interessante e pieno di bellezza. 

Seguo da sempre le vicende dei coniugi Lucia-Ferragni, perché mi stanno simpatici, li reputo intelligenti, empatici con il mondo che ci ritroviamo a condividere ognuno con la propria storia. Chiara Ferragni è una donna a cui stanno benissimo i colori pastello, è un’imprenditrice di altissimo livello, piena di intuito e di energia, incintissima nella serie ma non ci fai mai caso perché corre di qua e di là, fa servizi fotografici, lavora, non ha mai uno sbalzo d’umore. Quello incinto sembra lui, Fedez, che in questa serie mostra un lato oscuro di cui nessuno sapeva, ha quasi sempre sonno, deve quasi sempre fare la cacca, preferisce la solitudine alla moltitudine. In ogni puntata marito e moglie chiacchierano con grande naturalezza davanti a terapeuta di coppia che ha lo stesso nome del loro primo, simpaticissimo, figlio: Leone. In queste sedute saltano fuori tantissime cose come pulci sul pelo di gatto: Chiara è dovuta crescere presto, non ha paura dei sentimenti né di esprimerli ma ha sempre bisogno di razionalizzare le emozioni, è una persona positiva, quella che si definirebbe una solare. Fedez è un contorto, è uno che mentre fa una cosa pensa già al dopodomani, è in guerra con sé e con il mondo, si fa mille domande ed esige risposte, quello che si definirebbe un lunare. C’è tanta complessità in questa giovane coppia, quanta ce n’è nelle nostre, di coppie. Stupirsi di queste grandissime somiglianze fra il loro mondo emotivo-relazionale e il nostro, dipende solo da un fatto: loro sono ricchi e noi no (non almeno la sottoscritta). Si pensa sempre che i ricchi vivano in un altro modo, che abbiano altri modi di interagire e di superare le difficoltà, che abbiano strumenti sofisticatissimi di cui noi siamo sprovvisti. Non hanno gli stessi problemi delle coppie di piccola e media borghesia, è evidente: noi dobbiamo racimolare un po’ di soldi per fare i regali di natale e a volte ce ne andiamo a letto con un senso di sconforto per non essere riusciti a comprare una cosa che ci piace moltissimo ma che non possiamo permetterci o per aver pagato un conto troppo salato al ristorante giapponese. I Ferragnez questo problema non ce l’hanno, però sembra che loro vivano in un mondo ricchissimo senza esserne consapevoli. Loro si percepiscono normali ed è proprio quella normalità a renderli così cari a molti, in ogni parte del mondo. Non fingono di non avere, non nascondono, e quando pubblicano post e stories dei luoghi da sogno che visitano, degli oggetti e delle borse milionarie, non lo fanno per esibire ma perché quella è la loro vitaQuando altri affermano di trovarli pacchiani, volgari, senza classe, non capiscono che non è lo status che interessa a questa giovane famiglia a cui auguro lunga vita: i Ferragnez aspirano, come tutti noi, alla felicità. E per la prima volta guardandoli non pensiamo a quanto sarebbe bello somigliare a loro, ma al contrario pensiamo a quanto invece ci somiglino. Sono la cosa più vicina a una famiglia reale che abbiamo in Italia, regalano immagini ed emozioni che scrutiamo sui social, eppure non sono in posa, i follower per loro sono lavoro, come per noi scrittori lo sono i lettori, eppure non scriviamo la storia che vorrebbero sentirsi raccontare, ma quella che per noi è necessario raccontare. Molti i momenti esilaranti (Fedez che con gli elettrodi prova i dolori del travaglio), altri commoventi (Chiara che per la prima volta racconta di come si è sentita da ragazzina quando i suoi si stavano lasciando e si è ritrovata con un carico enorme sulle spalle), Faidermen (il piccolo Leone) che vorresti come migliore amico di tuo figlio, i genitori di lui e di lei, la nonna che nella sua casa popolare legge i tarocchi. C’è molta della nostra storia, non solo personale, ma collettiva in “The Ferragnez” e questo, secondo me, dovrebbe saperlo chi si aspetta di vedere una cosa simile alle Kardashan e ci troverà dentro molto, molto altro e molto raro. 

Luca – Linkiesta 2021

I bambini e le bambine in età pre-scolare diffidano dei lineamenti affilati. Dategli le facce scavate de La bella addormentata nel bosco e ne trarrete indifferenza, o addirittura terrore. Non a caso, la mascotte per eccellenza della prima infanzia è Mickey Mouse: tre cerchi, uno per la faccia, due per le orecchie. I cartoni animati si dividono sostanzialmente per righe e per cerchi, figure esili e slanciate, altre massicce e tonde. Elsa di Frozene Vayana di Oceania appartengono dunque a due schieramenti diversi, e non solo perché una vive al freddo e l’altra al caldo, ma perché sono una l’algida bellezza sottile dissociata dal mondo, l’altra la solida avvenenza che preferisce l’aggregazione alla solitudine. Quando perciò altre mamme mi chiedono se possono far vedere Luca ai loro figli e figlie di due o tre anni, la risposta è definitiva: dovete! Sono tondi, impossibile che a un piccolo non piaccia. 

Luca Paguro è un mostro che vive nelle profondità marine al largo della Liguria insieme alla mamma Daniela, al papà Lorenzo e alla nonna. Fa il pastorello, il suo gregge è composto da pesci un po’ tonti. Come Ariel deLa Sirenetta, Luca fantastica parecchio su ciò che si trova fuori dall’acqua, ma a differenza della sirena ne è spaventato perché da sempre la mamma lo mette in guardia sui pericoli che può incontrare. Anche Tritone, dopotutto, vieta alla figlia di salire in superfice e come sempre nelle storie per bambini, siano scritte o disegnate, i genitori rappresentano quel confine necessario che i figli non vedono l’ora di superare e, quando lo fanno, avranno raggiunto l’indipendenza e quindi la maturità. L’incontro con Alberto Scorfano, altro mostro marino coetaneo, darà a Luca la possibilità di esplorare il mondo fuori dall’acqua, dove magicamente i mostri marini si trasformano in esseri umani. Scopriamo così che mentre nel fondo del mare il tempo non scorre mai, sulle rive di un paesello dalle parti delle Cinque Terre, fra Tellaro e Porto Venere, sono gli anni 50 e siamo a Portorosso. I due bambini, ex mostri, si ritrovano fra le cose del mondo degli umani, si innamorano della vespa, mangiano la pasta al pesto, entrano a far parte di una piccola famiglia formata dall’avventurosa bambina Giulia, dall’imponente padre Massimo, pescatore e cacciatore di mostri marini, e da Machiavelli, un gatto esilarante che è l’unico a sospettare che i due bambini non siano chi dicono di essere. 

Un cartone che si apre con Un bacio a mezzanotte del Quartetto Cetra (già protagonista di altre incursioni sonore nel mondo animato con Dumbo), non può che anticipare grandi bellezze, fra cui: la soundtrack grazie alla quale i nostri figli scoprono l’esistenza di canzoni e cantanti fenomenali, rendendosi conto per esempio che Viva la pappa col pomodoro di Rita Pavone è più entusiasmante de Le tagliatelle di Nonna Pina; la consistenza materica di oggetti, laddove le magliette della salute di Massimo sembrano davvero fatte di quella lana che pizzica e le trenette al pesto sono ruvide come quelle fatte in casa. Ma una cosa è la più bella di tutte: l’amicizia fra Luca e Alberto. I protagonisti maschili nei cartoni animati sono difficili da trovare come le castagne nel gelato al marron glacé, da tempo la stragrande maggioranza dei cartoni ha come protagoniste giovani principesse e donne che riescono a superare le avversità e in qualche modo trovano la loro strada. Ci sono solo due personaggi maschili di rilievo nei grandi colossal Disney: Aladdin e Hercules, due eroi l’uno alla ricerca di tesori perduti, l’altro della propria identità. Poi ci sono i personaggi maschili non umani ma animali (Re Leone) e le macchine (Cars). Molto è stato fatto nella negli ultimi decenni per raccontare le donne, aiutarle ad affinare la propria coscienza, si può dire che la cultura femminile non è mai stata così densa come negli ultimi cinquanta anni. Gli uomini sono stati lasciati indietro, forse perché si è sempre creduto che fossero più compiuti delle donne e quindi per loro non si rendeva necessario un racconto universale. A guardare i cartoni, insomma, sembra che non serva alcuna educazione per i maschi. Si parla moltissimo, e a ragione, di violenza maschile e di cosa si possa fare per disinnescarla. L’unico modo efficace è fornire le basi per un’educazione sentimentale ed emotiva, ritenuti negli anni passati cose da femmine da cui i maschi dovevano tenersi alla larga. L’unico modo sano che conosciamo per educare è narrare storie, creare mitologie moderne in cui gli uomini possano riconoscersi e grazie alle quali evolversi, allontanarsi sempre di più da quel disgraziato patriarcato di cui loro per primi sono diventati vittime. Gli uomini stanno finalmente camminando, dopo secoli in cui sono rimasti fermi, costretti a misurarsi con storie surreali di eroi Marvel che vincono il male solo se protetti da una maschera o da una tuta ignifuga. E la fallibilità? E la vulnerabilità? Per fortuna oggi esistono storie poetiche, ricche di significato come Luca in grado di fornire uno specchio generazionale che non restituisce un’immagine distorta, ma una storia del nostro tempo dove l’amicizia è in grado di farti uscire dall’acqua e farti camminare con le tue gambe e a piangere, quando sul binario saluti il tuo amico in partenza verso una nuova vita.  

Il piccolo regno di Ben e Holly – Linkiesta 2021

In un luogo lontano, nascosto tra rovi e cespuglisorge un piccolo regno dove vivono fate ed elfi. Ogni cosa in quel luogo è molto, molto piccola. Questa è la sigla iniziale che non è cantata ma narrata, non esistono canzoni nel piccolo regno ma solo qualche fatato scampanellio fra un cambio scena e l’altro. I produttori sono gli stessi della famosa Peppa Pig e se proprio si fa attenzione si scorgono delle caratteristiche comuni: i colori pieni, accesi e complementari, i personaggi che si presentano a ogni inizio puntata, tutti ingredienti di cui i piccolissimi in età prescolare vanno particolarmente ghiotti. I protagonisti sono Ben, un bimbo elfo, e Holly, principessina figlia di Re Cardo e della Regina Cardo, un papà e una mamma poco affettuosi e capricciosi e tuttavia innocui. Le cure di Holly e delle due pestifere sorelline minori sono affidate a Tata Susina, una fata con carrè nero e bacchetta magica sempre a portata di mano che fa le pulizie canticchiando e combinando un sacco di pasticci. Il piccolo Ben, rosso di capelli e con berretto ornato di foglie di bosco, vive nel Grande Albero insieme alla propria famiglia, un condominio stipato di elfi proletari che fanno affidamento sul Vecchio Saggio Elfo, direttore della scuola e della fabbrica dei giocattoli degli elfi che, appunto, sono tutti efficientissimi operai. Gli elfi sanno aggiustare e costruire qualsiasi cosa con perizia e pazienza, sono veri artigiani. Molto orgogliosi del proprio talento, tutte le volte che dimostrano di essere riusciti a fare qualcosa suonano una trombetta che tirano fuori dalla tasca esclamando: “Perché io sono un elfo!”. Considerano la magia un mezzuccio per arrivare ai propri obiettivi e, sebbene siano amici delle fate, rifiutano categoricamente tutto ciò che si ottiene con l’uso delle bacchette, dell’intuito e quindi, a parer loro, dell’inganno. I siparietti fra Tata Susina e Vecchio Saggio Elfo sono irresistibili, una crasi fra Sandra e Raimondo e Mago Merlino e Maga Magò: lui razionale, affilato, sarcastico, irascibile, lei svagata, permalosa, ingenua, intuitiva e creativa. Se vuoi spiegare a una bambina o a un bambino che cosa siano il principio femminile e il principio maschile, presenti nelle nostre identità di uomini e di donne dall’inizio dei tempi e sempre validi anche se i sessi si moltiplicano e fluidificano, guardare Il piccolo regno di Ben e Holly si rende necessario a dimostrazione che esistono due emisferi cerebrali, la magia e il raziocinio, l’arte e l’artigianato, il caos e il cosmo, il sole e la luna, la terra e il cielo. 

I sovrani Cardo sono, manco a dirlo, molto ricchi. Regina Cardo si fa recapitare deliziosi servizi da tè in finissima porcellana per il semplice gusto di collezionarli, mentre i signori elfi vivono in pratiche cucine stile IKEA, viaggiano su utilitarie e non sono mai stanchi di lavorare: sono i lavoratori prima dei sindacati, prima delle lotte operaie, prima delle rivendicazioni e degli scioperi. Felicissimi di servire anche se non hanno un vero e proprio capo e Re Cardo è un sovrano di facciata, forse non riscuote nemmeno le tasse, si limita a partecipare a noiose inaugurazioni e a farsi costruire immensi campi da golf che però gli elfi ammettono di non saper fare e in quel caso si devono chiamare gli gnomi, a detta loro carpentieri migliori. Gli gnomi sono però dei mollaccioni, danno ordini agli elfi mentre si strafogano di cibo e schiacciano pisolini sopra le sdraio. Se ci sono degli sfruttatori sono loro, gli gnomi. Si tratti di uno dei cartoni più unisex della tv dove i protagonisti sono un maschio e un femmina e gli altri personaggi intessono una dialettica interessante per noi grandi che guardiamo e molto costruttiva per i piccoli che così capiscono che è dal 2 che hanno origine tutte le cose, non dall’1. È una serie che ha avuto una vita breve, solo dal 2009 al 2013, e non si capisce bene perché, dentro ci sono abbastanza intelligenza, abbastanza natura, abbastanza amicizia e abbastanza ironia da far innamorare chiunque e se tuo figlio o tua figlia lo elegge a cartone preferito al posto della sorella Peppa (ne parlerò, nessuno ha scampo) che, a mio parere, ha molti più limiti e meno guizzi, puoi tirare un sospiro di sollievo perché non ti toccherà passare 11 minuti (durata di ogni episodio) di noia e orrore, ma saranno minuti ben spesi, come quelli che abbiamo passato a guardare Casa Vianello. 

Bing – Linkiesta 2021

Quando sei un personaggio di un cartone animato che finisce per essere venduto sotto forma di zainetto in autogrill, l’ultima cosa che devi aspettarti è che si parli sempre bene di te. 

Io odio Bing e so di non essere la sola. Quasi tutti i genitori hanno poca simpatia per quei cartoni che i figli guardano a ripetizione, perché la routine è una cosa che piace ai piccoli, mica a noi grandi che se facciamo la stessa cosa per tre volte di fila sentiamo il desiderio di lanciarci dalla più vicina finestra. È dunque normale odiare un personaggio che vedi nel salotto di casa tua per buona parte dei pomeriggi, non c’è nulla di male. Però è diverso dall’odiare proprio lui, per quel che è e quello che rappresenta. Io odio proprio lui, Bing, il coniglietto nero con salopette rossa, voce lamentosissima, che cade in continuazione. 

Come molti cartoni animati, anche Bing prende vita da una serie di fortunati libri, disegnati e scritti dall’inglese Ted Dewan, i cui diritti sono poi stati acquisiti nel 2014 da Acamar Films e da lì il successo mondiale. Da noi è approdato prima su Rai Yoyo (che è uno dei canali migliori per i cartoni animati, ne parlerò spesso), poi l’ha preso qualunque altra emittente e il numero di stagioni ed episodi sono ormai incalcolabili. Bing vive in una bella casetta del nord Europa insieme a Flop, un pupazzo di pezza con una voce da psichiatra infantile che gli fa da tutore. Non ci sono adulti nella cittadina, ma solo piccoli animaletti (l’elefantina Sula, il panda Pando sempre in mutande) con i loro tutori pupazzi, di stazza inferiore. Sembra un orfanotrofio o un grande asilo, e ti chiedi dove sono i genitori di questi bambini lasciati alle cure di pupazzi senza amore, che solo insegnano e correggono? Qualcuno azzarda: non sono i tutori, ma le anime dei personaggi, e in effetti tanto Flop quanto Amma, tutrice di Sula, hanno fattezze simili a quelle dei bimbi-animali di cui si prendono cura. 

In molti cartoni, a dire il vero, mancano le figure genitoriali e a volte non ci fai tanto caso (come in Masha e Orso), ma in Bing l’assenza si fa desolante. Al coniglietto, che può essere visto come un bimbo di quattro o cinque anni, accadono cose normali e impara cose semplici e sempre, sempre, c’è qualcosa che non gli sta bene. Non fa i capricci, si lamenta e basta. Non sa fare nulla, non ha intraprendenza né iniziative di rilievo, ma tutto gli viene insegnato da Flop, che lo riprende di rado e sempre con pazienza. Non c’è conflitto, nel mondo di Bing, non c’è avventura. Non è come Pimpa che esplora, viaggia, si muove con autonomia fra le cose della vita; Bing non è autonomo, ha sempre bisogno di qualcuno che gli dica cosa fare, quando, come. È come quei bambini a cui i nonni dicono, al parco, di non correre: impaurito a priori, dunque bloccato. Bing è la dimostrazione che esistono adulti che danno per scontato il fatto che i piccoli non sappiano fare le cose e che tutto gli vada impartito e che siano bauli da riempire. Pimpa è nata dalla penna di Altan a metà degli anni 70, un’epoca in cui ai figli veniva lasciata la libertà di essere e divenire non per precisa scelta pedagogica, ma perché ci si faceva meno problemi nel considerare eventuali futuri traumi. Adesso che i genitori sono nel panico educativo (“Se lo sgrido diventa un serial killer?”, “Se la forzo a mangiare gli spinaci diventa una hikikomori?”), ci si inceppa fra le centinaia di domande e si ritengono i bambini incapaci di intendere e di volere. I cartoni animati sono uno specchio, l’immagine che riflette è sempre molto precisa del tempo in cui viviamo, per questo oggi un bambino difficilmente saprebbe riconoscersi in Dolce Remì (un vagabondo, anche lui senza genitori, ma lanciato in un’avventura dolcissima, dolorosa e dunque arricchente) mentre più immediata è la corrispondenza con un coniglio nero di ciniglia che, alla fine di ogni puntata, dice di aver fatto una cosa alla Bing: ovvero è riuscito a superare un momento difficilissimo, come quello in cui perde il suo dudù Hoppity Voosh e poi lo ritrova. 

Preme infine mettere in guardia i genitori, prima che sia troppo tardi: a un certo punto vi capiterà di guardare un episodio dalla durata di sette minuti in cui Bing e Flop fanno un frullato alla banana e per tutto il tempo si vedono loro due ballare e cantare solamente, in cantilena: “Tu tu tu tu ru tu tu tu: Banana! Tu tu tu tu ru tu!” mentre il frutto viene centrifugato insieme alla nostra pazienza sfinita. 

Banana! 

Scene da un matrimonio – Specchio 2021

In ogni relazione, c’è sempre un momento in cui una dice all’altro: “Non fare il passivo aggressivo” e l’altro risponde: “Non sto facendo il passivo aggressivo”. I passivi aggressivi sono come i narcisisti: ormai dappertutto, soprattutto sui social. Quando una definizione viene abusata, improvvisamente nascono nuove categorie umane rendendo più facile dividere i buoni dai cattivi, e ci mettiamo l’anima in pace. 

Ma in ogni buona relazione, a ogni passivo aggressivo corrisponde un (c)attivo aggressivo, e non è detto che quella forma di aggressività sia radicata dalla nascita, sebbene l’attitudine personale abbia un proprio considerevole peso. In ogni storia d’amore non ci sono mai solo due persone, ma minimo tre e la terza non è l’amante, ma la relazione stessa. È il rapporto a risvegliare certi sentimenti e pulsioni, e se nella relazione precedente eri una madonna da dolce stilnovo o un cavalier servente, in questa nuova potresti trasformarti in una virago o in uno spudorato malfattore. 

In “Scene da un matrimonio”, remake del cult di Bergman, interpretato da due per cui perderesti facilmente la testa e lasceresti il partner, c’è un momento in cui Oscar Isaac aka Jonathan dice a Jessica Chastain aka Mira: “Non sto facendo il passivo aggressivo”, e lei: “Sì, stai facendo il passivo aggressivo”. E noi, che li guardiamo un po’ innamorati, ci sentiamo parecchio a disagio perché ci ricordano tutte quelle serate a discutere senza trovare una soluzione davanti a bicchieri di vino, coperte arrotolate e capelli in disordine, facce sfatte dal pianto. Ci sono delle storie che, finita l’emozione e finito soprattutto il sesso, si nutrono solo di parole. A quel punto discutere, analizzare, squarciare, dissezionare, diventa vitale per mantenere viva la relazione. È una cosa da nevrotici, è una cosa che fa bene perché fa male ed è una cosa che, una volta terminata perché si tronca il rapporto, ti dà un senso di libertà e di pace di rara bellezza, come quando si sente il rumore della cappa da intere ore e tutti in casa si chiedono “Che sarà mai questo fracasso?” e quando viene spenta tutti tirano un sospiro di sollievo e capiscono da dove arrivava il frastuono. 

Chi non ha amato questa serie che è bellissima per fotografia e scrittura ed estrema bravura dei protagonisti, non l’ha fatto per la stessa ragione per cui non si ama la fine di un amore: troppa psicanalisi, troppa testa, questi due non fanno che parlare chiusi in casa e danno l’impressione di volerlo fare per sempre. Perché sono drogati ormai di parole, perché si conoscono così bene che non possono fare altro che andare nel fondo più nero di ciò che conoscono e ne rimangono impantanati, per sempre fermi nella loro illusione d’amore. Bisogna, inoltre, prendere la serie per il dramma borghese che è, senza pretendere che a un certo punto si mettano a discutere di quella volta che non sono riusciti a pagare la bolletta della luce, perché quello a cui assistiamo è un documentario, scientifico e anzi biologico, sull’amore. È un’intenzione molto chiara da una delle poche trovate di regia quando, prima di essere Mira, Jessica Chestain è l’attrice dietro le quinte che avanza verso la scena con il cappuccino fumante in mano. Ma è anche un chiarissimo invito a vedere una relazione come il set di due persone che, in fin dei conti, non sono altro che attori e chi sono veramente lo scopriranno solo vivendo, possibilmente prima insieme e poi in forma separata. Quello a cui gli uomini e le donne mai si abitueranno (e chi lo fa festeggia le nozze di diamante) è che la persona che ti sposi non è la stessa con cui vivrai nel corso degli anni, ma sempre sarà diversa e sempre dovrai conoscerla, non solo nell’animo, ma anche fisicamente. E ancora, la persona da cui ti separerai è ancora un’altra rispetto a quella che fino al giorno prima divideva il talamo con te, e non è detto che di questa nuova tu non possa innamorarti o esserne solo attratto sessualmente o detestarla per il resto dei tuoi giorni. Siamo di fronte al fatto immutabile che tutti mutiamo e questo ci devasta, perché vorremmo essere per sempre gli stessi che sono stati capaci di attrarre a sé quegli occhi adoranti e quelle parole d’amore e vorremmo per sempre guardare alla persona di cui ci siamo innamorati come l’essere divino che è sceso sulla terra per unirsi a noi. Ma siamo molta carne e molte lacrime e da questo impasto può nascere quella cosa miracolosa che è la tenerezza e che tiene in vita l’amore.