Rubare le ore alla notte

C’è una foto di Arthur Miller in cui tiene sua figlia sulle ginocchia mentre stringe una penna fra le dita e scrive qualcosa su un foglio. Chi ha pubblicato l’immagine si è chiesto se immortalasse una consuetudine dello scrittore -scrivere con una poppante in braccio- oppure l’avesse tenuta giusto il tempo dello scatto, come probabilmente è stato. Miller è famoso per essere stato un padre poco compassionevole, come di molti si è detto e scritto (Manzoni, per esempio, pare fosse un pessimo padre) e certo non è poca la letteratura nata dal cattivo rapporto con le madri, donne cattive, sgradevoli, che hanno lasciato impronte profonde nella vita di scrittori e scrittrici che, come una maledizione, ne vengono perseguitati pure da anziani. 

Ma c’è anche un’altra storia, meno raccontata, che riguarda le molte scrittrici che sono state perlopiù madri e casalinghe a tempo pieno e che solo nei ritagli di tempo hanno potuto liberare il loro genio creativo, rubando ore alla notte o ai rari momenti in cui i figli piccoli schiacciavano un pisolino. È ormai celeberrima la frase di Virginia Woolf secondo cui una scrittrice dovrebbe avere soldi e una stanza tutta per sé per scrivere. Ma se quella stanza è piena di bambini piccoli, allora per la scrittrice la faccenda si complica. C’è una storia dietro ogni storia scritta, non solo i luoghi e le condizioni in cui certi romanzi o racconti sono stati pensati e messi nero su bianco; serve anche riconoscere se quei luoghi e quelle condizioni sono stati in qualche modo influenzati dalla presenza di figli che reclamano il corpo della madre, i suoi capelli, il suo seno, le sue braccia. Perché è indubbio che la relazione fra madre e figli piccoli si giochi soprattutto sul piano fisico, un impasto di peli e odori, di calore e respiro che da una parte fa sentire i figli al sicuro, dall’altro amplifica l’amore materno. Ma in entrambi i casi, i soggetti possono essere destinati a imprevedibili frustrazioni: i figli che si vedono allontanare perché in quel momento mamma ha da fare, la madre che pur di non venir meno al proprio ruolo e non destinare i figli alla solitudine, deve mettere a tacere le sue voglie e rimandare l’incontro con la scrittura a un momento più propizio. Mi riferisco soprattutto a donne appartenenti alla middle o alla working class, perché nelle classi più agiate le donne scrittrici con figli potevano avere gli stessi aiuti e privilegi che quasi tutte noi, scrittrici e non, abbiamo ora: tate e, da qualche decennio, nidi e, ancor prima, asili. Le scrittrici, a differenza di lavoratrici di ogni epoca che svolgono il proprio lavoro fuori casa, sono sempre state costrette a dividere non solo il tempo, ma anche lo spazio perché sappiamo che è e impossibile scrivere un paragrafo se nei paraggi c’è un bambino che chiede il tuo corpo o le tue attenzioni. Questi bambini che riempiono la vita e le giornate, spesso nei libri scompaiono. Totalizzanti e forse anche un po’ tiranni, si prendono così tanto che nei romanzi, nei racconti e nelle poesie scritti da quelle madri che fino a un paio di ore prima hanno giocato con loro, non esistono più. Ecco la stanza tutta per sé: la pagina scritta. Lì la scrittrice è sola e può dimenticare di essere madre -pure se il suo corpo sa, pure se il suo cuore sa. Penso a Shirley Jackson, madre di quattro figli, che un giorno all’ospedale quando l’infermiere per compilare un modulo le chiese: “Professione?” “Scrittrice” rispose lei, lui la soppesò per un po’, poi disse: “Meglio che scriviamo semplicemente casalinga”. Una donna che si eclissava dietro le incombenze quotidiane e chissà se era mentre rifaceva i letti che le storie venivano a bussare e quanto tempo doveva tenerle dentro, farle macerare, prima che potesse essere libera di sedersi e scrivere. Constatare, pure, che è forse grazie a quel conservare le parole per così tanto tempo che poi le dici meglio, le scrivi meglio. Esistere scrivendo, trovare una porta magica da cui potersi affacciare, vedere lo splendido paesaggio nascosto dietro, un paesaggio che nel caso di Jackson celava paure e spaventi. Regina indiscussa del perturbante, maestra nel racconto, rarissimo caso di autrice capace di farti sentire un brivido dietro la schiena ingannandoti sia solletico, immaginava mondi gotici impossibili da estirpare dalla fantasia di qualunque lettore vi capiti dentro. Due ore al giorno: era questo il tempo che Shirley Jackson poteva dedicare alla scrittura, poi tornava alla vita di sempre -una vita pure amata, pulsante, pare sia stata una madre divertentissima e le piaceva stare con i suoi bambini. Anche Sylvia Plath amava giocare con i suoi figli ed è a loro che pensa un attimo prima di suicidarsi, sigillando la porta della cucina perché il gas che la ucciderà non arrivi fino alle camere dove stanno dormendo Frieda e Nicholas, di tre e un anno. Plath, dopo il 1961, ce li fa sentire i suoi figli, le sue poesie lasciano i boschi e il dolore acerbo, appuntito e gelido della giovinezza senza prole, e trovano una dimensione casalinga, colma di vapori, dove la natura viene domata e i bambini si fanno sentire, piangono coi volti rossastri e “Intanto c’è puzzo di grasso, di cacca di neonato” e la poetessa ammette “Ora taccio, piena d’odio/fino al collo,/mi soffoca./Non apro bocca./ Prendo su le patate dure come vestiti buoni, prendo su i bambini, prendo su i gatti malati.” (Lesbo, 1962). Il ’62 però è anche l’anno in cui scrive la miracolosa Lady Lazarus, come prova del fatto che sì, i figli ti tolgono tempo e spazio, ma inconsapevolmente iniettano una potente magia che è un impasto di ormoni e rabbia, di felicità e deprivazione del sonno, in grado di potenziare l’energia erotica, intesa come energia del creare. Questo non significa, naturalmente, che chi non ha figli non possa far uso di questo particolare incantesimo, perché altrimenti non esisterebbe metà della letteratura, metà dell’arte, metà di niente. L’amore, per esempio, è un altro incantesimo eccezionale che offre una spinta propulsiva, oppure l’ambizione.  

Nella raccolta di racconti di Lucia Berlin pubblicata da poco da Bollati Boringhieri, “Una nuova vita”, vediamo in copertina la scrittrice sorridente e smanicata, dentro quello che sembra essere un giardino. Si tratta del particolare di una foto che nella versione originale ritrae Berlin con il figlio Jeff, che è il curatore di questo libro che raccoglie i racconti inediti della madre. Un bambino nudo con pannolino in braccio a una madre sorridente e stanca: un ritratto di famiglia che in tutto ricorda le innumerevoli Madonne con bambino dove la madre guarda sempre dritto davanti a sé, con uno sguardo ora di gioia, ora di apprensione, mentre viene ghermita, avvinghiata, desiderata dal figlio. La donna, nella copertina del suo libro, è solo scrittrice e c’è quella storia nascosta, la storia della scrittrice madre che chissà quanto tempo avrà impiegato a mettere il pannolino al piccolo mentre quello lanciava gridolini provando a scappare. Ma questo la copertina non lo dice, c’è solo Lucia Berlin felice e stanca, non suo figlio, quel bambino ora adulto che fa pubblicare gli inediti postumi, prendendosi letteralmente cura di lei come lei si è presa cura di lui. È un destino molto comune a figli e figlie di scrittrici che, nonostante le fragilità, le nevrosi, la povertà, in gioventù si sono prese cura dei loro bambini piccoli, non li hanno lasciati, li hanno tenuti vicini a sé provando al contempo a non perdere quell’altra cosa necessaria all’esistenza: la letteratura, lo scrivere. Anche il figlio di Shirley Jackson, Laurance Jackson Hyman, si è occupato della produzione letteraria di sua madre, raccogliendo scritti inediti raccolti in “Paranoia” (Adelphi, 216 pag), riconoscendole la professione di scrittrice che quell’infermiere le aveva negato. E Frieda Hughes da anni si batte perché il nome di sua madre non venga vilipeso, tutelandone la buona memoria. È questo che si intende per restituire amore, ed è questa la dolcezza che filtra dalle pagine, la dolcezza di chi sa che qualche piccola cosa va sacrificata tanto nella maternità quanto nella scrittura, per non far torto a nessuno, ma soprattutto non far torto a sé stesse. Una dolcezza che parla a tutte e che si legge benissimo in questo verso di Adrienne Rich, poetessa e saggista femminista: So che stai leggendo questa poesia in cucina,/ mentre riscaldi il latte, con un bambino che ti piange sulla spalla e un libro in mano,/perché la vita è breve e anche tu hai sete.

Mia moglie

Non so se è perché sono siciliana che penso spesso all’onore, al valore che gli abbiamo sempre attribuito associandolo, invece che a istanze dello spirito, a problemi legati al corpo. Sarà stato l’onore degli uomini che tenevano le mogli sottochiave, utilizzate come cuoche, domestiche, uteri e bambole per soddisfare le proprie voglie, ad averci portato sino a qui. Sarà che da piccola mi raccontavano che la cosa più intima che si poteva mostrare di una donna sposata era il lenzuolo macchiato di sangue, subito dopo la prima notte di nozze, esposto sul balcone perché tutto il paese vedesse. Sarà per queste ragioni e per altre, che io l’onore del corpo l’ho sempre attribuito a una forma di violazione della libertà femminile, perché il buon nome di una femmina rende anche l’uomo rispettabile, che sia padre o marito. I cornuti degli anni 50, su cui Brancati e le belle commedie italiane hanno intessuto storie che si iscrivevano perfettamente in quel tempo, oggi non esistono più, sostituti dall’animale social che vuole il consenso persino sul seno prosperoso della propria moglie. La porta del focolare domestico non solo è stata aperta, ma si sono spalancate tutte le finestre, mettendo la moglie prima segregata alla mercé di tutti. L’uomo con la fantasia sessuale di condividere la propria compagna con altri uomini si chiama cuckold e se anche la compagna è d’accordo, nessuno può imbizzarrirsi, al massimo sorridere davanti all’ennesimo kink sessuale. Sappiamo però che il consenso è merce rara perché le vite degli adulti sono troppo complicate per stare dietro pure a fantasie complesse e quindi, davanti a una moglie che non vuole saperne di fare cose strane, il marito le fa lo stesso, utilizzando il corpo di lei, ignara, per ricevere piacere e per procurarlo ad altri sconosciuti. Raro, direi, è anche il buonsenso di chi ormai compie veri e propri reati -perché la diffusione di materiale privato senza autorizzazione è un reato- sui social, pensando che dall’altra parte dello schermo non ci sia nessuno, e invece dietro lo schermo c’è il mondo.  Ritrovarmi fra le pagine di un forum piene di misogini ormai così assuefatti dalla pornografia da spingersi a postare foto di donne inconsapevoli, non mi ha stupito perché sono donna e come tutte le donne sono cresciuta con la consapevolezza che il mio corpo può suscitare desiderio o repulsione. E mi hanno detto anche che in entrambi i casi la colpa è mia, se mi desiderano in un modo sbagliato è perché me la sono andata a cercare, se non mi desiderano abbastanza è perché ho poco amore per me stessa, quando per esempio dimentico di farmi la tintura. Gli insulti sessisti rivolti alle donne inconsapevoli di essere esposte al pubblico piacere non sono solamente indice di una cronica mancanza di rispetto che investe qualsiasi campo dell’esistenza, quindi anche l’amore e il sesso, ma di un’arretratezza emotiva che si porta dietro pure quella culturale. Io non mi sento disonorata o sporcata dagli insulti, dallo sguardo di uomini sconosciuti, perché il problema non sono io, non è il mio corpo, che non smetterò di esibire nei modi che ritengo più opportuni per me. Sottrarsi al vittimismo può dare agli uomini l’occasione di ritenersi, finalmente, unici responsabili delle proprie azioni -azioni, non pensieri, ciascuno può continuare a nutrire le proprie fantasie con tutti gli alimenti che vuole, solo non può pretendere che mangi pure io alla stessa tavola. Un mio amico colto e sensibile una volta mi ha detto che il sogno di ogni uomo è che una prostituta gli dica: sei il più bravo di tutti. È quello che cercano i maschi sui forum, che fanno a gara per dirla più grossa su una anchor woman che sta facendo il proprio lavoro, commentando l’immagine impettita della giornalista con oscenità. Dimostrare di essere il più maschio di tutti perché ti sei spinto oltre con le parole, una gara di virilità dove non è difficile intravedere vene di un’omosessualità mai dichiarata a sé stessi, perché è nell’eccitazione dell’altro che io incontro la mia- Il problema non è il desiderio, ma che cosa ne stiamo facendo del nostro desiderio, diventato arma per punire, per colpire chi è ritenuto responsabile della nostra miseria, della nostra vulnerabilità. 

Sara Fruner, La notte del bene – TuttoLibri

Elizabeth Strout fa dire a uno dei suoi personaggi che tutti noi abbiamo un’unica storia da raccontare e il compito di chi scrive è declinarla in modi sempre diversi, libro dopo libro. Se è vero, come credo, Sara Fruner possiede nel proprio sangue una storia potentissima che è quella del legame con le persone che ci hanno ora generato ora solo cresciuto, e sa come rinnovarla romanzo dopo romanzo. In “La notte del bene”, riprende quello che ne “L’istante largo” aveva già anticipato, con la rara grazia delle sue parole di poeta, quale è. Se nel romanzo d’esordio il protagonista quindicenne ricostruisce la propria storia famigliare partendo dalla nonna che lo ha allevato, fino ad arrivare a scoprire di avere avuto non una ma ben tre mamme, le vicende in questo ultimo romanzo pubblicato sempre da Bollati Boringhieri si fanno ancora più squamose, misteriose e capaci di avvolgere in lettore in vortice fatto di dna e spavento. Senza rivelare nulla, poiché romanzo dai molti colpi di scena, si può di certo dire che l’autrice pone a sé stessa e a chi legge una domanda scomodissima che tutti ci facciamo a un certo punto della nostra vita: a chi apparteniamo? Ettore, per esempio, è figlio dei Festi che lo hanno adottato. Abbandonato neonato nella ruota degli esposti, cresciuto poi in un orfanotrofio, viene accolto da due coniugi posati che hanno tutta l’aria di avere i capelli sempre in ordine, ma “L’’amore, quello che Ettore credeva cucito a doppiofilo nella carne, quello che leggeva negli occhi di un animale quando il cucciolo era in pericolo, o che scorgeva al parco, quando un compagno cadeva, e la madre interrompeva discorsi e si precipitava in suo soccorso, lupa e mannara, quello era altro”. Perché Alberta e Oliviero “prima chiudevano una conversazione, poi si avviavano”. E poi c’è Elena, l’insondabile donna dai capelli color miele, che da bambina sparisce per tre giorni e viene ritrovata su una panchina e non ricorda niente di quanto successo, un episodio che per lei sarà sempre il buco, un vuoto di tre giorni nella sua vita che non sa con quali immagini riempire. Si trovano, si piacciono, si innamorano e poco dopo il matrimonio, nel momento meno propizio alla coppia tutta protesa al raggiungimento della soddisfazione professionale (lui è architetto, lei dottoranda in letteratura), concepiscono Enea. Il bambino rompe l’incanto, rende Elena irrequieta, prima estranea al suo corpo, poi estranea a sé stessa, fino ad assottigliare sempre di più la sua identità, diluita fra pensieri neri e psicofarmaci. Ettore, dal canto suo, ritrova l’amore tiepido dei genitori adottivi, diventa come loro, ingoiato da un lavoro poco affascinante da impiegato alla sovrintendenza, sempre più distante da Elena e dalla vita che avevano appena cominciato ad abbozzare insieme. Quando ci si allontana si scelgono le strade ora del silenzio ora del frastuono che non impegna e i due sposi vanno incontro a entrambe le cose, Ettore con i suoi colleghi di lavoro e quella spogliarellista che non toccherà mai ma dalla quale si farà toccare il cuore, Elena scendendo negli inferi del dolore solitario. Enea, fra loro, figura innocente perché non deve decidere, non deve scegliere ed è lui, e solo lui, a essere sovrastato dalle conseguenze di una famiglia che esplode in tutti i sensi. Fruner va oltre l’epica della famiglia infelice, che certo ha generato indimenticabili capolavori, e scrive di famiglie bizzarramente assemblate che le piace decostruire per poi rifondarle in purezza, eliminando tutto quello che non serve alla sopravvivenza di quella fiamma inestinguibile che è l’amore genitoriale. Come i bravi scrittori, non è in grado di darci risposta alla domanda che è stata posta poco fa, ma ne continua a fare di altre: siamo il frutto della genetica o della cultura? Cosa sopravvive, in noi, di chi ci ha generato pur non avendolo mai conosciuto? E l’amore per i figli, e per i figli dei figli, è un atto di fede o un atto dovuto? Ognuno ha la propria risposta perché ognuno ha la propria storia. 

JLo e il sesso – La Stampa

Una donna diventa ricca perché ha idee geniali e ne sa una più del diavolo. È il caso di JLo, nata Jennifer Lopez, ragazza del Bronx che ha messo su un impero fra musica, cinema, cosmetici e chissà che altro. Dicevo, una diventa ricca perché sta tutto il giorno a capire come far funzionare le cose e quelle riescono: sempre. Meno fortuna si è avuta con i matrimoni, anche se quello con Marc Anthony non sembra sia andato così male, certo hanno divorziato, ma sono apparsi fino alla fine sempre felici e anche ora che non stanno più insieme, sembrano aver conservato l’amicizia. Però una cosa è certa: più passa il tempo e meno hai voglia di veder naufragare amori e costosi matrimoni, dunque meglio premunirsi. Quella con Ben Affleck è una storia d’amore eterna, iniziata decenni fa, finita misteriosamente qualche settimana dopo il fidanzamento ufficiale e risbocciata l’estate scorsa, quando i due a passeggio per Capri hanno reso noto di essersi di nuovo innamorati dando ancora una volta spettacolo con i loro corpi fantastici, che più invecchiano e più sono belli, e quell’aria di sesso che si portano dietro anche quando si scambiano castissimi baci. Si dice che di una coppia riesci a capire subito se hanno l’aria di sapersi ancora rotolare fra le lenzuola insieme oppure no; ogni coppia ha un magnetismo erotico, a prescindere dalla bellezza naturalmente, che dipende solo da quell’odore tipico che ha addosso chi non rinuncia al sano piacere. Lopez e Affleck quell’odore ce l’hanno, e lo senti pure dalle foto patinate fatte per sembrare rubate e invece sono posatissime. 

Ieri è stata riportata la notizia che il loro accordo prematrimoniale, documento indispensabile ai ricchissimi che cercano di mantenere intatti i patrimoni, contiene una clausola che riguarda la frequenza dei rapporti sessuali, oltre alla quale non si può scendere: minimo quattro a settimana. La cosa ha fatto sorridere molti, ma invece è serissima: è questa la base di ogni buon matrimonio. JLo è una che le cose le sa e quello che sa è che un matrimonio senza sesso è la tomba dell’amore e si va in perdita con tutto, con la dignità prima di tutto e infine proprio con i soldi. 

Chissà quante fatiche ci saremmo risparmiate, quanti matrimoni avremmo salvato, a fare come lei. Se avessimo messo in chiaro sin da subito che per meno di tre volte a settimana non ci saremmo mai degnate di raggiungere l’altare oppure che con assillanti richieste di farlo due o tre volte al giorno avremmo potuto fare domanda di divorzio per direttissima, avremmo ancora la fede al dito, la casa di proprietà, i soldi da parte per le vacanze? Non mi sono mai sposata, non saprei, ma ho amiche, conoscenti, leggo storie penose.  I matrimoni funzionano quando si fa molto sesso o quando non si fa per niente ma non si chiede conto all’altro di quel che fa fuori. In ogni caso, i partner devono essere sessualmente appagati, che lo facciano insieme o in separata sede. Chi è infelice sessualmente, è infelice in tutto, non riesce neanche a riempire la ciotola di croccantini del cane, non sa più vestirsi, cammina male, dorme male e in poco tempo perde ogni attrattiva pure per altri potenziali amanti. Chi non lavora non fa l’amore? No: chi non fa l’amore (e vuole farlo -ci sono le persone che hanno scelto liberamente una vita senza sesso) non riesce a fare un bel niente. Il sesso fa splendere. Oppure sei un illuminato, mediti dalle 4 di mattina, fai una dieta crudista vegana, sei un vero asceta e allora il sesso non ti serve e riesci a splendere comunque. Ma se hai scelto una vita con il sesso e non lo fai, è un colpo al cuore, ti fa sentire brutto, non amato, non voluto, e ti rende odiosa l’altra persona. 

Chissà perché, però, ho dato per scontato che sia stata lei a voler inserire l’accordo sul sesso. E se lo avesse fatto lui? Se fosse stato Affleck a chiedere una quantità dignitosa di sesso in cambio di imperitura fedeltà all’impegno preso? Le cose cambierebbero nella percezione, ma non nella sostanza. Cambierebbe il modo in cui si legge questa notizia perché se a chiederlo è una donna, siamo felici della sua presa di posizione, della sua determinazione a non volere vivere con un uomo che non la guarda e non la tocca più; se a chiederlo è un uomo ci appare come gretto, uno che pensa sempre a quella cosa lì, uno per cui l’amore non conta niente ma gli interessa solo quante volte a settimana si va a letto insieme. Una donna che fa una cosa considerata fino a qualche decennio fa “da uomo” è ammirevole, un uomo che fa una cosa “da uomo” è da condannare. Certo è che avere il diritto al godimento vale per le femmine e per i maschi, e alle donne solo da poco è stato consentito di poterlo dire ad alta voce, perché prima non stava bene. 

Per questo ho tutta l’impressione che sia stata una pensata di lei e non di lui: perché va di moda l’empowerment femminile e grandi sono invece le disgrazie che cadono sulla testa dei maschi che si permettono di esprimere ad alta voce desideri primitivi come quello di voler giacere spesso e volentieri con la propria amata. E tutto sono Jennifer Lopez e Ben Affleck, fuorché essere fuori moda. 

Un matrimonio a processo – Specchio 2022

Se vi dicessero di presentarvi nell’aula di un tribunale, vestirvi con decenza e assistere per giorni allo spettacolo più penoso di voi stessi, che fareste? 

È quello che sta succedendo a Johnny Depp e Amber Heard ex sposi che hanno deciso di andare davanti a un giudice non semplicemente per separarsi (cosa già avvenuta) ma per rinfacciarsi tutto quello che negli anni si sono fatti. In realtà è stato lui a trascinare lei in tribunale, denunciandola per diffamazione. L’attrice aveva infatti fatto riferimento a presunte violenze domestiche scrivendolo in un articolo. Depp, che oltre alla reputazione da difendere ha anche dei figli che non vuole deludere, rigetta ogni accusa e sostiene che in tutta la sua vita non ha mai picchiato Amber Heard né nessun’altra donna. Johnny Depp appare come un uomo molto provato, e questo lo avevamo notato già dai tempi immediatamente successivi alla rottura con la ex moglie Vanessa Paradis: non più gotica creatura magica, ma un ragazzotto mai cresciuto con lo sguardo sempre serio e triste. Heard bionda, bella, giovane, occhi vagamente perfidi. Col senno di poi, riguardando quelle foto scattate nei loro giorni più felici, viene il sospetto che prima di uscire di casa per recarsi alla prima di un film o sfilare alla notte degli Oscar, i due abbiano litigato di brutto. Quello che sta venendo fuori dalle testimonianze, è che si sono fatti male a vicenda e persino la loro consulente matrimoniale ha parlato di rapporto conflittuale da ambo le parti, come se tanto Depp quanto Heard si fossero deliberatamente scelti per annientarsi. Ogni giorno arrivano da oltreoceano file audio in cui lei chiede scusa a lui per averlo picchiato (“Ma non ti ho preso a pugni, ti ho solo menato!” tiene a precisare), storie angoscianti di infanzie ostaggio di madri iraconde e violente (quella di Depp), video di Johnny ubriaco e sfatto che prende a calci i mobili della cucina di casa propria. L’impressione è che stiamo assistendo a un processo sul male che ci si può fare in una relazione. Quante volte ognuno di noi, in una diatriba con il partner, ha desiderato che in quel momento ci fosse un giudice a decretare chi avesse torto? Qualcuno di neutrale, che spartisse le ragioni e dichiarasse finito l’alterco. E se noi fossimo al posto di Johnny e Amber, quali schifezze verrebbero fuori sul nostro conto? Io stessa mi sono stupita quando la sorella di Depp ha raccontato un episodio in cui Heard avrebbe detto all’ex marito di essere completamente sprovvisto di stile. Il mio stupore non nasce però dalla gravità di questa frase, ma dal fatto che a mio parere non è grave affatto. E allora io, che ne ho dette di peggiori? Che pena dovrei scontare io per tutte le cose orribili che ho detto ai miei partner? Se i miei ex e il mio compagno attuale avessero avuto la malignità di registrarmi e di portare al giudice certe parole e offese che ho fatto, per me ci sarebbe un fine pena mai. Ma non sarei da sola: tutti saremmo colpevoli, e in quell’aula assisteremmo al punto più basso della nostra esistenza, quel momento in cui abbiamo dimenticato di esserci scelti per amarci e abbiamo dato sfogo a tutta la nostra brutalità. Eppure la nostra buona fede non ci porterebbe mai a registrare un audio o un video della persona che sta con noi, preparando così un’adeguata vendetta. Se raccogli le prove devi mettere in conto che l’altro le stia raccogliendo anche su di te: è lì che si gioca la partita ed è lì che si dimostra la premeditazione di certe azioni. 

Carol Maltese e un mostro – La Stampa 2022

A un certo punto si è scoperto che alcuni uomini che facevano sesso con le bambole gonfiabili fossero molto poco cortesi nei loro riguardi. Non che alla plastica si debba riservare una certa cortesia, è chiaro, ma se nel gioco della finzione quella è una donna, nella stessa partita tu sei l’uomo che non può farle del male per ricevere piacere. Il sospetto, quando per la prima volta ho sentito di questa storia, è che se a quegli stessi uomini venisse consentito dalla legge di poter fare con il corpo delle donne quello che in quel momento desiderano, guidati dall’impulso farebbero di noi carne da macello. L’istinto alla distruzione, in certi esemplari della nostra specie, è strettamente connesso al desiderio sessuale: vuoi così tanto un corpo da annientarlo. Non solo perché così altri non possano goderne (e questo accade moltissimo nelle relazioni tossiche che finiscono quasi sempre male e quasi sempre con la morte violenta di lei per mano di lui), ma perché la distruzione di un corpo desiderato è la realizzazione massima dell’onnipotenza, una cosa che ci rimanda direttamente al piacere insopprimibile di decidere della vita e della morte di innocenti da parte di tutti i guerrafondai della storia. È un potere breve ed effimero, qualcosa di imponderabile. Quello che è stato fatto a Carol Maltese, in arte Charlotte Angie, è qualcosa di mostruoso perché il suo assassino ha fatto del suo corpo una tela bianca, senza più identità, senza più storia. Ha voluto cancellare ogni traccia di vita dalla giovane donna, non solo strappandogliela dal petto, ma spolpandone i resti. Fare a pezzi un cadavere, bruciare il viso fino a cancellarne i tratti, conservare quel che rimane dentro un frigorifero, lanciarla infine in un dirupo: fino a che punto voleva annientarla? Distruzione totale, odiare così tanto quel corpo d’amore da volerlo vedere evaporare. Voleva farne polvere, forse, eppure lei resisteva, anche da morta. Carol era una performer, aveva un bambino di sei anni, lavorava come pornostar e doveva esibirsi in un locale di lap dance del centro di Milano, ma nessuno l’ha più vista. Eppure lei ha continuato a esistere nell’etere, perché il suo assassino fingeva di essere lei, rispondeva ai messaggi, diceva non cercatemi, ho smesso con l’hard, voglio stare tranquilla. Ma questo era quello che voleva lui, forse. Non si conosce ancora il movente, ma cosa vogliamo conoscere ancora dopo anni e anni di eccidio di donne? Siamo sempre lì: da una parte la ricerca della libertà, dall’altra un colpo d’ascia che non vuole solo le ali, ti ammazza proprio e spesso ammazza anche ciò che hai di più caro, i figli. Il lavoro di Carol è uno di quei lavori per cui devi cambiare nome, per poterlo svolgere, ed è uno di quelli che non tutti i partner sono disposti ad accettare, difficilissimo anche da svolgere quando hai un bambino piccolo e sei circondata da mamme che già ti giudicano se lo svezzi con le pennette al pesto piuttosto che con il brodino vegetale, figuriamoci se fai sesso davanti agli occhi di tutti, se il tuo corpo è immagine di desiderio. Viaggiava, spesso da sola, le piaceva, lasciava il figlio con i nonni e questo, ancora, la rendeva vittima di giudizi. È lei stessa a denunciare l’assenza di empatia delle donne che la circondano, incapaci di comprendere quanto la libertà sia per lei vitale, quanto la libertà la renda una persona migliore, una madre migliore. La violenza inizia dai giudizi e dai pregiudizi e finisce con un corpo fatto a pezzi. 

È però quel lavoro non apprezzato e mal giudicato a darle salvezza da morta, a darle un finale, seppur terribile. Un fan riconosce i suoi tatuaggi. Un corpo che è stato mappato da tanti occhi, amato da tanti, a distanza, e che non può essere dimenticato. È da quei tatuaggi che si ricostruisce tutto, che si dà un nome alla persona uccisa e uno al suo assassino, che continuava a vivere nella casa dove la donna giaceva in pezzi dentro buste di plastica, a usare la sua macchina, il suo telefono: a volere essere, forse, un po’ lei e diventando a tutti gli effetti un mostro. 

Red – Linkiesta 2022

Domee Shi è una che con il femminile oscuro ci sa fare. Lo aveva già maneggiato in modo impareggiabile nel piccolo e bellissimo cortometraggio Bao, su Disney +. Lì, una signora cinese di Toronto confezionava ottimi ravioli e, da uno di questi, prendeva vita un raviolino che diventava a tutti gli effetti il figlio amatissimo della signora, vittima di una vita noiosa accanto a un marito vivo ma assente. Il raviolino era tenero, buono, ubbidiente, ma man mano che cresceva diventava sempre più ingovernabile, tutto preso dal calcio, da amici poco raccomandabili e poco alla volta la signora ne perdeva il contatto affettivo, non riconoscendolo più. Fino all’affronto finale: il raviolino, ormai adulto, porta a casa la fidanzata e annuncia l’imminente matrimonio. Per la signora è troppo: non può lasciarla, non può andarsene, deve rimanere a vivere con lei, che l’ha creato! Nasce una baruffa (è un film senza dialoghi) e alla fine, non avendo più argomentazioni valide per convincerlo, la signora compie l’impensabile: mangia il raviolo. Se da tempo vi stavate chiedendo cosa fosse il materno oscuro, avete ora la risposta. Ti mangio e ti riporto dentro di me. Ti divoro, così non potrai più essere tu, ma sarai tu dentro me e farai quello che voglio io perché sarai quello che sono io. Ehi, Domee Shi, diventiamo amiche? 

Poi arriva Red, uscito pochi giorni fa sempre sulla piattaforma Disney e la questione del materno divorante viene ancora di più indagata dando vita al cartone animato più interessante degli ultimi anni. Siamo di nuovo a Toronto, sempre una famiglia di origine cinese, è il 2002 e questo ci fa sospettare che ci sia una forte impronta autobiografica. Mei “Meilin” Lee è una ragazzina di tredici anni, vive con una madre quadrata come le giacche che indossa e un docile padre che cucina piatti prelibatissimi. Va a scuola, ha tre amiche fantastiche e degli idoli: i 4 Town, una boy band a metà fra i Backstreet Boys e One Direction. La vita di Meilin cambia drasticamente quando nella sua cameretta comincia a fantasticare sul commesso del minimarket, disegnandolo più e più volte in pose vagamente erotiche accanto a lei. Questo evento le provoca un turbamento tale che il mattino dopo, quando si sveglia, scopre di essersi trasformata in un grande panda rosso. Non vuole che la madre la veda, la donna pensa che alla figlia sia venuto il menarca e allora noi tutti (adulti) che guardiamo pensiamo che non è certo un caso che il film si chiami Red, voleva essere una metafora sulle mestruazioni e su come queste cambino la vita delle bambine che si trasformano in donne. Ma Domee Shi non ha finito, vuole dirci qualcosa di più. Infatti, quando i genitori capiscono che le mestruazioni non c’entrano niente, ma che la figlia è diventata un panda rosso, il papà si lascia scappare un “Non mi aspettavo di capitasse così presto” e, certo, la metafora del ciclo mestruale è ancora chiarissima, ma sta dicendo qualcosa di più che viene subito chiarita dalla madre: per via di una maledizione, qualunque donna di quella famiglia si trasforma in un panda rosso ogni volta che le emozioni prendono il sopravvento. Questo Meilin può constatarlo subito: non appena si rilassa e torna in controllo delle proprie emozioni, ecco che il corpo torna a essere il suo, quello della ragazzina paffuta con gli occhiali. 

Vedere questo cartone in sindrome premestruale, dà la possibilità di rimettere tutto a posto e guardare le cose con la giusta prospettiva. Proprio qualche giorno prima di godermelo sul divano insieme a mio figlio, un dottore mi ha consigliato di non combattere la sindrome premestruale che da sempre mi limita, mi ostacola e mi rende francamente mostruosa, ai miei occhi e a quelli degli altri. Non solo trasformandomi fisicamente, fra capelli unti e gonfiore sparso, ma anche caratterialmente: irritabile, irragionevole, spaventosa. Una brutta persona. Il dottore sostiene che noi donne abbiamo il privilegio di tirare fuori il nero che ci abita, cosa che per gli uomini è molto più difficile e devono trovare altri mezzi, spesso non simpaticissimi. Ogni mese quel nero viene espulso come quello di una seppia che, spaventata, fugge via dalle aggressioni, che siano vere o presunte. “Si tenga stretto questo privilegio e provi solo a governarlo senza vincerlo”. 

Il bello è che non si tratta del mio psicologo, ma del mio dermatologo. 

La madre di Meilin dice quindi alla figlia di non preoccuparsi, imparerà a sconfiggere il panda rosso come ha fatto lei da ragazza e come hanno fatto tutte le altre donne della famiglia: deve sottoporsi a un rituale durante il quale il panda verrà cacciato e rimandato nelle foreste di bambù da cui proviene. Dominare le emozioni, non lasciarsi sopraffare, diventare imperturbabili, rette, precise, buone, ubbidienti, silenziose e pure. Guai farsi prendere dalla rabbia, dall’ira, guai cedere alla volgarità, guai andare in giro con una camicia stropicciata e i capelli in disordine, eterno disonore per la donna che non saprà dare di sé un’immagine decorosa, elegante, umile e raffinata. Roba, insomma, che se già eri arrabbiata prima per i fatti tuoi, ti fa fumare come una pentola a pressione. Meilin soffre moltissimo, non vuole che il panda prenda il sopravvento, e capisce che riesce a dominarlo solo quando è felice in compagnia delle sue amiche. Anzi: capisce che può addirittura sfruttarlo per arrivare a racimolare il denaro necessario per andare al concerto dei 4 town. L’irrequietezza e le emozioni ti fanno diventare creativa. 

Questo panda, perciò, che all’inizio sembrava ostacolarla, in realtà può essere uno strumento di emancipazione. Però al rituale non si scappa e mentre le parenti sono tutte lì, vestite di verde, a intonare canti per estrarre il terribile spirito dell’animale dalla ragazzina, Meilin fa una cosa nuova: decide di non separarsi dalla propria natura selvaggia e non si stacca dal panda, restano un’unica cosa. Questo fa infuriare la madre a tal punto che lo spirito del panda che in lei sembrava per sempre bandito ritorna e assume sembianze davvero mostruose. Il panda della madre è enorme, furioso, spaventoso, a dimostrazione che a forza di contenere il nero che ti abita, quello prima o poi viene fuori, spesso causandoti enormi ulcere allo stomaco e facendo strage di innocenti. 

Come si risolve tutto questo? Meilin è una donna del nostro tempo, convive con entrambe le sue nature, non deve per forza apparire perfetta per la società, le sue parenti più anziane invece non ce la fanno, sono troppo abituate a tenere lontano il panda e lo mandano in esilio dentro i gioielli che portano al collo. 

La saggezza di questo cartone non ci dice che dobbiamo essere indulgenti con la nostra natura mostruosa, ma che dobbiamo renderci abbastanza intelligenti e scaltre per saperla dominare. Non possiamo, dopotutto, neanche fare finta che non esista il caos dentro di noi, continuare a indossare maschere, truccarci per non far vedere chi siamo davvero sotto il rossetto. Se guardate Red, insomma, vi siete risparmiate almeno un anno dall’analista. 

Ehi, Domee Shi, vuoi sposarmi? 

Uomini e donne in guerra – Specchio 2022

In due anni di pandemia, abbiamo avuto molto tempo per stare comodi nelle nostre tute e nelle nostre case e discutere di suffissi neutri e dichiararci, sempre e comunque, contrari a questo o contrari a quello. Quando siamo annoiati ne diciamo tante e, sebbene dalla noia possano nascere grandi opere, non riusciamo mai a cogliere l’esatta misura del tempo e non riusciamo mai davvero a capire quanto spazio occupi la nostra esistenza in questo mondo. Ma ci sono due momenti in cui la vita chiama a partecipare diventando solo corpo, corpo e basta, rinunciando a tutto ciò che credi, a tutto ciò che pensi, persino ai sentimenti: diventando un animale. Questo, dicevo, accade poche volte nel corso dell’esistenza e non a tutti né a tutte, ma solo a chi vuole e a chi ci capita in mezzo. Il primo è quando metti al mondo un figlio, e intendo dire che lo partorisci; il secondo è quando devi difendere la tua vita e quella di chi ami, e intendo dire andare in battaglia. 

La guerra in Ucraina non è la prima a cui assistiamo, ma è la prima che deflagra a un passo da noi, in quel grande paese che è l’Europa, che è casa nostra, i cui i confini degli stati vanno anno dopo anno sempre più assottigliandosi. Quando è cominciata l’invasione russa è stato chiesto agli uomini di non lasciare il paese: le loro braccia, le loro gambe, la loro forza, servono alla guerra. Mentre le donne attraversano frontiere con in braccio bambini e cani e gatti dentro zainetti, gli uomini restano, dai giovanissimi diciottenni con solo tre giorni di addestramento vestiti con gli abiti con cui sono soliti fare skateboard, ginocchiere comprese, agli anziani. Padri che salutano figli e figlie senza sapere se li rivedranno, figli che salutano madri, mariti che salutano mogli. Una guerra del secolo scorso a partire dal modo in cui separa i maschi dalle femmine, una divisione dei sessi che pensavamo non ci appartenesse più e invece ancora è fra noi, rispondendo a dittature biologiche su cui nessuno di noi può nulla. Le donne partoriscono nei rifugi, i neonati non sanno che esiste un mondo sopra di loro, non hanno mai visto i padri che sono nel fuori a combattere. Quando si parla della dittatura sui corpi delle donne, si dice il vero. Ma pochissima letteratura è dedicata alla dittatura sui corpi dei maschi, costretti dalla cultura, dalla storia e dunque dalla consuetudine, ad andare a morire per permettere a qualcun altro di vivere. Non tutti i maschi sono fatti per la guerra, come non tutte le femmine sono fatte per il maquillage, questa è una banalità che però diventa questione spinosissima durante un conflitto, dove a contare è solo il sesso con il quale sei nato o sei nata. Le persone transessuali nate maschi e oggi donne che non hanno ancora i documenti aggiornati e riportano i loro nomi da uomini e il loro sesso biologico, hanno difficoltà a lasciare il paese. Ma di testosterone, ormone fondamentale al funzionamento e allo sviluppo muscolare, ne rimane poco a chi ha fatto una terapia per aumentare gli estrogeni. Di testosterone, invece, doveva averne tantissimo Giovanna D’Arco, che secondo le testimonianze dell’epoca era una donna senza mestruazioni, perciò una donna concepita per la guerra, forte quanto e forse più dei maschi. In un’emergenza simile non si può certo fare affidamento ai dosaggi ormonali per capire chi sia adatto alla guerra e chi no, a prescindere dai loro sessi, si fa affidamento a quello che è riportato sulla carta di identità. Maschio? Combatti. Femmina? Trova salvezza perché dovrai continuare a partorire e a garantire la sopravvivenza della specie. La semplicità in cui le nostre esistenze precipitano quando accade un abominio come quello della guerra, è anacronistica, assurda, ma imprescindibile. Qualcuno si chiede che mondo sarebbe se governato in maggioranza da donne, ci sarebbero guerre? Ci sarebbe violenza? Credo di sì, ma avrebbero un’altra forma. Ci sono state governanti sanguinarie, Elisabetta I ne è un esempio, ma sono state così poche le donne a gestire le sorti dei popoli che non possiamo trarre vere conclusioni. La guerra è criminale per molte ragioni: perché annienta vite umane e perché annienta la libertà di essere. La libertà di essere un uomo che non vuole combattere, e invece è costretto a farlo. La libertà di essere una donna che vorrebbe restare sul campo a difendere la sua casa, e invece è costretta alla fuga.