In una notte buia e spaventosa – Linkiesta 2021

All’inizio di ogni puntata di questa serie diretta da Simon Otto e appena sbarcata su Netflix il narratore, che è un corvo, con voce molto teatrale chiede allo spettatore se ha l’età giusta per continuare nella visione. Più un espediente narrativo che un avvertimento, penso la prima volta. Perciò quando mio figlio di due anni gli risponde urlando di sì, io sono tranquilla e so che non c’è nulla da temere, anche perché l’area bambini della piattaforma non nasconde insidie. Come premessa posso dire che mio figlio non ha mai mostrato di avere paura di niente, le voci da mostro e le maschere demoniache gli fanno lo stesso effetto che gli farebbe guardare una mosca volare sopra un barattolo di miele, dall’età di un anno guarda Tin Tin senza fare una piega quando malfattori si azzuffano dentro vicoli lerci marsigliesi e le streghe di qualunque fattezza gli stanno molto simpatiche. Quando però la prima puntata inizia, mi rendo subito conto che qualcosa non va come dovrebbe andare. Ci sono Hansel e Gretel, non due poveri figli di contadini ma un fratellino e una sorellina nati da un re e da una regina che al minuto due tagliano la testa ai propri bambini e poi, per senso di colpa, gliela ricuciono. I due poveretti fuggono alla ricerca di una famiglia migliore e finiscono prima nelle grinfie della signora Baker, una fornaia che vuole cucinarli per mangiarseli, poi vengono accolti in una foresta dove se osano disturbare gli equilibri si trasformano in bestie assetate di sangue. Ci sono poi una coppia di inquietantissimi contadini, la luna che divora i bambini, uno spione misterioso, il diavolo in persona che vince Hansel ai dadi e un’altra serie di personaggi lugubri, malati, folli. Nulla sembra sconvolgere mio figlio, mentre io mi faccio sempre più piccola sul divano, fotogramma dopo fotogramma mi copro la faccia col cuscino e soffro in silenzio.

La visione è consigliata a un pubblico che abbia superato i dieci anni, però mi pare chiaro che quegli archetipi così crudelmente rappresentati non sfiorano minimamente un bambino di due anni che nella sua vita ha conosciuto solo la bontà della mamma e del babbo e non sospetta che le cose a volte possono andare molto peggio. Il terrore non nasce dalla sorpresa, ma dall’eccessiva comprensione e vicinanza a un modo di essere e di sentire. Più un fatto tragico risuona in te, risvegliando antichi timori e remoti ricordi e vecchi fantasmi, più ti farà accapponare la pelle. Il discorso naturalmente cambia quando la violenza rappresentata è di altro tipo, più fisica, più visibile, diretta. Se lasci l’area bambini e accedi a quella degli adulti trovi Squid Game, che in questi giorni sta infiammando le bacheche e le chat di genitori: è una serie adatta ai bambini? Sono pazzi i genitori che lo fanno vedere ai propri figli di otto, nove anni? Squid Game non lavora con gli archetipi, ma racconta la storia di un gruppo di povera gente che è pronta a farsi massacrare pur di abbandonare la condizione di assoluta miseria. Per struttura assomiglia moltissimo ai video game, dove tutto è scollato, distante, non avviene nel qui e nell’ora ma in un altrove in cui sai di non dover mettere mai piede (per fortuna). Che esistano bambini e bambine sveglissimi capaci di capire che Squid Game non è la vita e che quella violenza può esistere solo lì e non qui, non ho dubbi. Ma non è la norma. La violenza di In una notte buia e spaventosa è, per me, più agghiacciante perché va a toccare parti profondissime e smuove traumi insediati dentro di noi da decenni. Essere abbandonati, non amati, offesi e feriti a morte da coloro che ti assicurano di amarti e di accoglierti: è questo il paesaggio dentro cui si muovono i due protagonisti. Finché non hai sperimentato queste ferite, guardare questo cartone a puntate è possibile e anche divertente (alcune scene e battute sono esilaranti, intelligentissime, perfide). Ma se un poco capisci di cosa parla e se un poco ti ricordi di alcune lacrime, allora il terrore è assicurato, ed è per questa ragione che la serie è imperdibile e vale come cinque sedute dall’analista e sarà di grande aiuto anche ai bambini che impareranno che essere rifiutati è possibile e che il mondo, volendo, sa diventare un posto spaventoso e dunque Bing è un impostore.  

Le cose nelle case – Specchio 2021

Che nelle case abitate resti una scia delle persone che hanno vissuto lì prima di noi, non è un mistero. Chiamali fantasmi, chiamala energia o onde elettromagnetiche, è del tutto indifferente. In ogni casa vengono lasciate impronte invisibili, che tu ne sia cosciente o meno. I più sensibili le sentono, le vedono, i più impressionabili sostengono di aver visto lo spirito di una vecchia antenata e i più audaci addirittura ci comunicano.  Si affida alla magia il compito di cancellare le tracce: spargendo sale negli angoli, affumicando le sale con la salvia, accendendo candele e incensi, cantando a voce alta. Sono tutte tecniche valide, da quel momento lo spazio sarà libero da ogni impurità e il nuovo abitante potrà occuparlo serenamente. Affaticarsi tanto contro l’invisibile, tuttavia, fa spesso dimenticare che continuano a esistere cose visibilissime a occhio nudo, di cui nemmeno più ci accorgiamo, come quando si legge un testo facendo attenzione solo a ciò che si nasconde fra le righe, ovvero ignorando i fatti facendo affidamento solo al significato. 

Nelle case in cui ho abitato, animate da tanta materia invisibile di cui negli anni mi sono sempre meno occupata e preoccupata, ho sempre trovato oggetti appartenuti ai vecchi proprietari, lasciati lì non per dimenticanza o disattenzione, ma per volontà. Io stessa so di aver lasciato di proposito delle cose negli appartamenti in cui ho passato parte della mia vita: un imponente lampadario, una regale vasca da bagno con le zampe di leone, una miserabilissima ma ancora funzionante sedia. Potevo portarli con me nella nuova casa, volendo, potevo mettere il lampadario sopra il tavolo da pranzo, la vasca in terrazzo e usarla come fioriera, la sedia in cucina. Potevo, ma non ho voluto e ancora oggi non riesco a comprenderne la ragione. Quando poi sono arrivata nel nuovo appartamento, ho trovato altrettanti oggetti dimenticati: un’insalatiera di ceramica di Caltagirone, integra, bellissima, di un certo valore; un innaffiatoio vintage di metallo, una cartolina raffigurante il tetto di una città sopra cui stavano appollaiati decine di gatti e, anche qui, una sedia ancora adatta all’uso, persino più bella di quella che avevo abbandonato io. La signora che mi ha venduto l’appartamento aveva un ottimo gusto, e questo è stato uno dei motivi per cui quando ho visto questa casa me ne sono innamorata perché la bellezza, quando passa, lascia anch’essa una traccia e ricostruire dove c’è stata la grazia è più facile e stimolante che farlo dove c’è stata bruttura. Se gli oggetti lasciati dalla signora E. sono fra le cose più care che posseggo, è perché costituiscono un’eredità imprevista, un dono del passato fatto da una persona pressoché sconosciuta con la quale non condivido sangue né cognome. È la vita altrui che si innesta alla mia, è la molteplicità di storie che si intrecciano alle mie. Da dove arriva l’insalatiera? Un viaggio che lei ha compiuto, portandosi dietro quel souvenir? O è il ricordo di un altrui viaggio, di un’amica, di una figlia? Quell’annaffiatoio misterioso, che un po’ ricorda il Marocco ma anche la Provenza e che ho lasciato esattamente nello stesso punto in cui l’ho trovato ormai undici anni fa, da dove viene? Quante piante avrà nutrito? La sedia l’ho usata come comodino per molti mesi, quando ancora non ne avevo uno, poi l’ho usata come fioriera in terrazzo. E la cartolina, dove dietro ci sono gli scarabocchi dei piccoli nipoti della signora E., è conservata gelosamente fra le mie carte personali, fra la tessera elettorale e il certificato di nascita. Perché tengo queste cose? Perché, come dicevo, sono la memoria di qualcun altro che adesso è diventata anche la mia. Non sono come gli oggetti che si comprano al mercatino dell’usato, perché quando una cosa decidi di venderla significa che non è più tua, che te ne vuoi sbarazzare e diventa di qualcun altro, ma la transazione economica ha azzerato la storia, cancellato i sentimenti e le tracce. Un oggetto lasciato di proposito in una casa, è un oggetto che non vuole essere dimenticato, è un oggetto che si farà carico di tutti i significati e di tutte le storie delle famiglie che lo toccano e lo usano. È un oggetto che lasciamo per essere ricordati dalle case che abbiamo amato e per non lasciarle mai più, nemmeno quando ce ne saremo andati a vivere altrove. Sono i nostri horcrux, frammenti di anima che lasciamo nel mondo. 

Bravo bravissimo – Specchio 2021

È stata un’estate gloriosa per lo sport italiano in cui i nostri atleti hanno dimostrato che, con i giochi seri, ci sanno fare. Partite e match giocati fino all’ultimo respiro, tifosi disposti a contagiarsi pur di esultare e festeggiare, nuove figure eroiche e semi divine pronte a guadagnarsi gli scranni più alti. Eppure i protagonisti non sono stati loro, che hanno vinto o arrivati vicinissimi alla vittoria (come il tennista Berrettini), né noi che abbiamo condiviso l’ansia e la gioia: il trionfo è stato quello delle mamme. 

Durante l’incontro fra Berrettini e Djokovic si è vista la madre dell’italiano somministrare a sé stessa e al figlio minore qualche goccia di Rescue Remedy, noto rimedio naturale contro l’ansia brevettato dal dr. Bach, famosissimo per i suoi fiori. Subito dopo aver esultato con i compagni di squadra per la vittoria, alcuni campioni azzurri hanno preso il telefonino e chiamato la mamma a casa: “Ehi Sira, chiama mamma” si legge dal labiale di Chiesa, mentre Florenzi mostra la medaglia alla telecamera urlando “Mamma guarda!!”. 

Mio figlio ha quasi due anni. Da quando è nato non faccio che ripetergli bravo. Bravo! Bravissimo! Come sei bravo! Bravo amore della mamma, sei troppo bravo. Bravo a disegnare i tuoi pastrocchi su un foglio A4, bravo quando ti metti male le scarpe ma comunque ci hai provato, bravo quando mangi tre pennette e ne rimangono altre settanta, ma almeno tre le hai mangiate. Bravo! Ingenuamente ho pensato di andare avanti così per i prossimi due, massimo tre anni, ma a guardare questi ragazzi pieni di muscoli e coraggio, ho avuto la certezza che non andrà come nei miei piani. Non vorrei crescere un narcisista che pensa di essere migliore di tutti, ma una persona che abbia fiducia nelle proprie risorse e sappia veicolare nel modo più corretto i propri talenti. L’equilibrio è molto difficile da raggiungere, e infatti molti genitori soprattutto di qualche generazione precedente, hanno preferito non accarezzare i figli con i complimenti, che altrimenti si viziano. Quando poco tempo fa ho fatto sapere a mia madre che quel giorno stava uscendo un mio nuovo libro, la sua risposta è stata: “E cosa vorresti che dicessi? Brava?”. Magari, sì, grazie, sarebbe bello. I genitori sono tutto ciò che i figli piccoli vorrebbero essere: sono grandi, fanno cose pericolose e interessanti, sono forti e se la cavano in ogni situazione. Ricevere complimenti da questi supereroi e supereroine è una delle cose che rende più felici e più soddisfatti. Non lo dico solo io, lo dice tata Lucia, aka Lucia Rizzi, pedagogista famosa in tv che spiega a genitori in crisi come trattare i figli difficili. Dandogli fiducia, innanzitutto, e la fiducia si conquista facendo sentire i figli capaci senza idolatrarli troppo, ma facendoli sentire normali. Sono infatti le persone normali a essere più felici, a raggiungere i risultati migliori, a sentirsi realizzate anche con poco e la normalità si raggiunge con iniezioni di affetto costante e sincero, con esultanze quando tuo figlio vince una gara e con parole di conforto quando ne perde una. Per questo diremo sempre bravo, bravo, bravissimo, e lo diremo anche ai mariti, alle mogli, ai fidanzati e alle fidanzate: bravi, tutti bravi, ti stimo per quello che fai, sono contenta per quello che hai realizzato, ammiro il tuo lavoro. Per tutta la vita toccherà ai genitori dire ai figli quanto sono stati capaci, per tutta la vita i figli faranno di tutto per rendere orgogliose le persone che lo amano, ricambiate. 

Madri che abbandonano – Specchio 2021

Qualche tempo fa, la poetessa e scrittrice Maria Grazia Calandrone, ha scritto sulle sue pagine social: “«L’amore della madre è essere pronta all’abbandono dei figli», dirà Alda Merini a Vincenzo Mollica verso la fine della vita. Un abbandono che si ripete a ogni nuova svolta della crescita. Ogni madre deve saper incoraggiare tutti gli abbandoni che i figli le infliggono. Di più: ne deve essere orgogliosa, perché l’allontanamento dei figli prova il buon lavoro compiuto dalle madri e dai padri. Ogni buon genitore deve amare l’abbandono che subisce. Questo è l’amore massimo, l’amore per l’esclusivo bene di un altro”. 

Calandrone ha scritto uno dei più bei romanzi degli ultimi anni, si intitola Splendi come vita, l’ha pubblicato Ponte alle Grazie, ed è la storia tragica e unica di una figlia abbandonata dalla madre biologica che si butta da un ponte, poi adottata da un’altra madre che dapprima l’avvolge e che a poco a poco si allontana, cacciando via quella bambina dal luogo d’incanto fatto d’amore e protezione e facendola precipitare nel luogo del Disamore, dove tutto è freddo e inospitale. È, senza alcun segreto, la storia autobiografica dell’autrice, ed è la storia di tutte coloro che riescono a sopravvivere alle proprie madri, a quelle morte, a quelle vive, a quelle buone, a quelle crudeli. Ma non basta sopravvivere, bisogna anche saper perdonare, perché è nell’atto supremo di assolvere le colpe che risiede non l’altrui, ma la propria liberazione. Solo allora dunque ci rendiamo di nuovo pronti a ospitare l’amore, e la vita. 

Le parole di Calandrone, arrivano nei giorni in cui un bambino si perde fra le colline del Mugello, mentre la serie Omicidio a Easttown racconta di genitori e di figli perduti, poi ritrovati, a cui dire addio per sempre o per qualche anno, e negli stessi giorni in cui io metto via per l’ennesima volta gli indumenti che a mio figlio non vanno più. Essere genitori è un lungo addio. Tutta la vita lo è sempre, e per chiunque, ma solo l’essere diventata madre mi ha dato la misura del tempo. 

Disney ha prodotto un delizioso cortometraggio di Domee Shi, una regista canadese di origine cinese. Il cartone si chiama Bao, la protagonista è una donna che sta preparando dei ravioli cinesi quando, all’improvviso, uno di questi prende vita e comincia a piangere come un neonato. Fra la donna e il raviolino comincia un idillio di amore, si dividono il cibo, prendono l’autobus assieme, si divertono, e man mano che il piccolo raviolo cresce, dimostra di aver bisogno di una crescente indipendenza, che la madre tutte le volte con amore gli nega, per paura ora che si faccia male, ora di quello che non conosce. Quando il raviolo è un uomo e annuncia la volontà di andare a vivere con la propria fidanzata la madre, ormai disperata, pur di non farlo uscire dalla porta se lo mangia. Subito dopo si lascia andare a un pianto straziante e vediamo un giovane uomo che arriva a consolarla: il figlio, per fortuna vivo e vegeto, in carne e ossa, il raviolo era stato solo una metafora. La madre fa pace con l’idea che suo figlio non le appartiene ed è a quel punto disposta a farlo andare per la sua strada. Chi non sa lasciare andare i propri figli corre il rischio di educare futuri uomini che pensano che l’amore sia possesso e che difficilmente riusciranno a sopravvivere a un rifiuto o a una separazione. La libertà è la più alta forma d’amore, e non solo per un fatto di generosità, ma perché più una persona è libera, più sarà felice di tornare da te, alla fine di ogni viaggio, e dirti quanto gli sei mancata. 

Volete parlare di sessismo?

Questo post per gli amici che evidentemente ignorano l’evoluzione della comunicazione e della tecnologia e per cercare dichiarazioni vanno a caccia su blog non aggiornati da millenni, presenti invece da ore sui social. Per fugare ogni dubbio, quindi, ecco qui.

Un anno fa una giornalista di Mediaset non meglio identificata contatta il mio agente per chiedergli se può farmi un’intervista sul sessismo nel mondo editoriale. Chiedo qual è la testata: Striscia la Notizia. Rifiuto garbatamente. Mesi più tardi, al termine di una mia presentazione al Salone del libro, vengo avvicinata da una troupe televisiva che mi chiede un’intervista. Non ho nulla in contrario, sono lì per promuovere il mio libro. La prima domanda che mi viene posta è se penso che nell’editoria ci sia sessismo: certo, dico, come in tutti i campi. E lei si è mai sentita discriminata? Chiede la giornalista. No, io non mi sono mai sentita discriminata perché ho sempre fatto quel che ho voluto e non ho ricevuto veti di nessun tipo. Neanche quando Nicola Lagioia le ha rivolto quella frase sessista vent’anni fa? Incalza lei. A quel punto chiedo con chi sto parlando, perché sento puzza di zolfo. Era Striscia la Notizia. Mi arrabbio furiosamente, perché io avevo rifiutato di parlare con quella testata. Mi scanso, dico che non voglio andare oltre e loro insistono, nel modo che tutti conosciamo: un agguato, bello e buono. Mi inseguono e mi braccano, una cosa violenta tanto quanto una battuta sessista. Ripeto loro che non mi pare il caso di parlare di sessismo con una trasmissione che ne è l’emblema, e scappo. Dopo essere fuggita da questa cosa orrenda, capisco cosa succederà: tutto verrà usato contro di me (oltre che contro Nicola, è chiaro, che cercano di colpire persino da un sondaggio farlocco). Diranno che non voglio parlare perché non voglio espormi, perché di mezzo c’è il direttore del Salone e perché sono sua amica e amica della moglie Chiara, con cui ho pure scritto un podcast. Lo so che lo faranno, perché quando cresci a pane e pop sai come funziona. Ieri hanno mandato in onda quel servizio tenuto nel cassetto per mesi, pronto da sfornare al momento più opportuno e non sapevo che avessero intercettato Chiara Gamberale, Laura Boldrini, Lidia Ravera per chiedere cosa ne pensavano di quella brutta e stupida frase: ovviamente ne pensavano il peggio. Delle mie battute tengono solo quella in cui dico che non mi sono mai sentita discriminata e la giornalista, con la faccia da furba, solletica le menti perverse dei telespettatori: Non ti sei mai sentita discriminata perché guai a pestare i piedi al direttore del Salone del libro e perché hai scritto un podcast con sua moglie? Usano verso di me vocaboli adatti a descrivere un’associazione a delinquere, parlano di omertà, di figuraccia, di opportunismo. Insomma: una violenza. I punti sono due: 1) Io non ho parlato perché non volevo parlare con Striscia. Ci fosse stato qualcun altro al posto loro lo avrei fatto senza problemi 2) che è il punto più importante: dopo quella frase, che ripeto è stata detta venti anni fa, io e Nicola abbiamo passato un anno o al massimo due a bisticciare, e poi a un certo punto abbiamo smesso perché fra le persone succede questo: si dicono sciocchezze, ci si fa anche del male, poi però si chiede scusa, l’altro capisce che le scuse sono sincere e si va avanti, e così io e lui abbiamo un rapporto di amicizia, stima e affetto, che oggi non metto in discussione (e soprattutto oggi, visti i feroci e ignobili attacchi). Mi rendo conto che a uno che scrive “Spero che con i soldi che guadagni ti ci comprerai le medicine” sotto la foto in cui abbraccio mio figlio di due anni questo concetto non riesca a passare, ma io so che è così. Usare il femminismo come arma per colpire è una cosa che solo chi è profondamente misogino può fare. Volete parlare di sessismo? Parliamone. Vengo sotto casa vostra e vi aspetto. Col microfono.

Brave ragazze siamo noi – articolo su Specchio del 09/05/2021

Una delle cose più violente che mi sia toccata vivere, è accaduta qualche mese dopo la pubblicazione del mio primo romanzo Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire sul finire del 2003, quando da lì a pochi giorni avrei compiuto diciotto anni. Ero stata invitata in un’università a parlare a dei giovani comunque più grandi di me, che di sicuro ero l’unica minorenne presente all’evento. Quel giorno, non solo il rettore mi negò l’accesso all’Aula Magna nonostante fosse stato lui stesso a invitarmi, ma mi toccò parlare affacciata da un balcone arrugginito a una folla di ragazzi e ragazze inferociti. Non con il rettore: con me. Mi odiavano, volevano vedermi morta e me lo urlavano con tutto il fiato che avevano, aggiungendo epiteti lontanissimi dal dolce stilnovo e molto vicini all’ingiuria. Dovetti lasciare il posto e infilarmi nel primo treno che mi avrebbe riportato a casa. Non è stata l’unica volta in cui sono stata insultata, derisa e umiliata verbalmente, è successo altre volte persino in tv, sui giornali, in radio, quello era un tempo in cui il politicamente corretto era ancora lontanissimo, i diritti delle donne valevano solo quando si trattava di tua madre o di tua sorella e la libertà femminile era ancora vista come una minaccia tanto dagli uomini quanto dalle altre donne. Quel giorno all’università, però, è stata la volta in cui ho sentito più forte il senso di ingiustizia, perché era di questo che per me si trattava: come potevano delle ragazze e dei ragazzi così giovani e vicini a me più di qualsiasi adulto, non capire che eravamo uguali? Molti me lo dicevano di nascosto, mi scrivevano lettere a mano, venti anni fa le e-mail si usavano poco. Mi sono riconosciuta in te. È come se avessi raccontato la mia storia. Io e te abbiamo vissuto le stesse cose, ma io non ho mai avuto il coraggio di dirlo. 

Agli occhi del mondo, però, tutto questo non si doveva sapere. Davanti ai genitori, agli insegnanti, ai propri compagni e amici, si doveva non solo fingere di condurre una vita irreprensibile, ma si doveva schiacciare chiunque intendesse scoperchiare quel grande vaso della vergogna. Perché se arriva una come me a dire che le ragazzine fanno sesso, e che gli piace pure, e che non si pentono, accadono molte cose e tutte in contraddizione fra loro: i ragazzi, per esempio, dicono che sei una poco di buono, ma desiderano finire a letto con te, anche solo per curiosità; le ragazze temono di essere scoperte perché tu hai parlato e allora, nel timore di apparire uguali a te, ne dicono di tutti i colori covando, nel silenzio della propria stanzetta, il desiderio di condividere con te le proprie esperienze, i propri dolori. Non mi sono mai sentita attaccata personalmente, ho sempre avuto chiaro che la persona con cui se la prendevano non ero io, ma l’immagine che si erano costruiti di me e questo mi ha permesso di sopravvivere agli attacchi e a non soccombere. Non ho mai avuto pentimenti di alcun tipo, soprattutto non ho mai desiderato dare un’immagine di me diversa da ciò che ero e da ciò che sono e questa totale trasparenza, che molto ha a che fare con l’ingenuità, un po’ con una spietata ricerca di indipendenza e persino con la vanità, l’ho pagata e mi sono sempre presa le responsabilità delle mie azioni. 

Quello che si chiede oggi a una ragazza è qualcosa di sovrumano, ovvero essere sempre e comunque piacevole e compiacente anche quando sta vivendo una situazione che non le piace in cui le vengono richieste prestazioni erotiche degne di una consumatissima pornostar, che fa perché non vuole apparire una buona a nulla. Allo stesso tempo, però, le chiedono di vergognarsi, perché quello che sta facendo è da donnaccia di strada, anche se a loro piace, anche se loro si stanno divertendo e lei magari non tanto e in certi casi proprio per niente. Il guaio è che tutto questo è penetrato così bene nel nostro modo di vivere il sesso, di suddividerlo per generi, che le ragazze per prime si scagliano contro le compagne che hanno osato troppo. Le ragazzacce non te le sposi, le porti a letto e te le scordi. Anche se nessuno usa più la parola matrimonio, è questo il pensiero che è rimasto nel substrato e ha inquinato quel viaggio bellissimo che è la scoperta di sé e del piacere. Basterebbe così poco: non vergognarsi del proprio corpo in festa, innanzitutto. Rivendicare con orgoglio di essere libere e liberi e non lasciarsi intimidire. E poi non è vero che le brave ragazze vanno in paradiso e le cattive vanno dappertutto: le cattive restano chiuse in un mondo brutto fatto di pregiudizi e di paura. Le brave ragazze godono e non hanno pentimenti e hanno sempre gli occhi belli. 

Mumsplaining – articolo su Specchio, LA STAMPA 05/04/21

Si parla spesso del fenomeno denominato mansplaining, ovvero uomini che ti spiegano cose. Quello che ho constatato è che, oltre agli uomini, c’è un’altra categoria di persone prontissime a dire la propria, a spiegare come ci si deve comportare in una determinata situazione e a dire, più semplicemente, come si fa: le mamme. Per questo, ho coniato il termine mumsplaining, ovvero quell’atroce malattia che porta una donna, una volta diventata madre, a voler educare a tutti costi le neo-mamme e i neo-papà. Inutile cercare di farla franca: siamo tutte mamme spiegone, e una volta riconosciuto questo dramma collettivo l’unico passo saggio da fare sarebbe quello di tenere chiusa la bocca quando si vorrebbe dire a tutti costi la propria su svezzamento o asilo nido e babysitter. Quando ero incinta, e quindi per qualche strana ragione considerata incapace di intendere e di volere, è stato il periodo con il mumpslaining più accanito di sempre e io che pensavo: che pago a fare una ginecologa e un’ostetrica se tutti si sentono in diritto di dirmi la propria? Perché mi devono dire che ho la pancia troppo grossa quando la ginecologa mi ha detto che sto benissimo? Perché devono dirmi cose senza senso, che tipo il ferro non devo assumerlo perché la gravidanza è un momento in cui una donna deve essere morbida e il ferro invece indurisce? Che ne sanno delle mie analisi, le hanno viste? Decine di ostetriche improvvisate e di medici senza frontiere capaci di dire cose allucinanti come “Non puoi continuare a lavorare fino al nono mese, fa male a te e al bambino”. Durante la gravidanza ero molto arrabbiata, lo attribuivano agli ormoni, ma io ero proprio arrabbiata con le persone che mi dicevano persino come era opportuno che dovessi sentirmi, in dolce attesa. Gli uomini, però, se ne stavano in disparte. Certo, c’erano i terribili toccatori di pancia, quelli che si avvicinavano e senza chiedere il permesso ti mettevano una mano sul ventre sperando che proprio in quel momento il bambino scalciasse, e per fortuna mio figlio non ha mai regalato simili soddisfazioni a tali molestatori. Ma, a parte questo, nessuno ha mai osato dire nulla. E anche a parto avvenuto, quando ormai sei anche tu una mamma a tutti gli effetti e hai in braccio tuo figlio, lo annusi, lo attacchi al seno e gli cambi per la prima volta il pannolino, arriva una mamma che ti dice come è meglio farlo. Ma io questo non posso saperlo, perché non ho voluto nessuno attorno per molti giorni dopo il parto, a eccezione del padre di mio figlio. Non volevo ingerenze, volevo che la vita del mio bambino iniziasse serenamente con le mie sole cure, forse sbagliate, ma di sicuro amorevoli e perciò non mi sono troppo sorpresa che sia sopravvissuto. 

Il guaio però a quel punto è stato un altro: sebbene io non avessi più attorno gente che mi diceva cosa dovevo fare (e a ora, un anno e mezzo dopo, hanno tutte imparato la lezione e nessuna mi dice più niente), avevo cominciato io a suggerire al mio compagno cosa doveva fare e come: il pannolino più in alto, il cappellino per favore ben calcato, hai mancato un bottone del cardigan, gli hai messo le scarpe al contrario?? Oddio, gli hai messo le scarpe al contrario!

C’è tutta una schiera di persone ancora poco avvezza al fatto che un uomo possa prendersi cura di un bambino piccolo, la cultura patriarcale ha la sua chiara e fortissima responsabilità, ma piano piano si sta erodendo e noi giovani coppie abbiamo il compito difficilissimo di buttare giù certe credenze e preconcetti. Perciò, quando un uomo si prende cura insieme a una donna del loro figlio, ma lo fa peggio, con meno accuratezza della madre, la frase che si sente dire è: vabbè, dai, è già tanto che ti aiuta. Innanzitutto, è bene ricordare che i padri non aiutano ma crescono i figli insieme alle madri; poi, non si capisce perché una donna debba essere impeccabile nelle sue mansioni di madre e casalinga mentre a un uomo si può perdonare qualche imprecisione. È vero, di uomini che fanno notare con brutalità a una donna di non aver lavato bene i piatti ce ne sono per fortuna molti meno di un tempo, ma è anche vero che sono le donne per prime a essere molto attente che i piatti siano ben lavati perché ormai il loro comportamento è stato viziato da secoli di asservimento. Tutto questo è necessario per capire perché le madri sono così severe con i padri e perché cercano di impartirgli lezioni e di inculcargli i loro metodi: sono più stressate, perché devono pensare a più cose, e tutte contemporaneamente, devono essere precise e non possono commettere errori: perché sono donne, innanzitutto, e perché sono madri. E le madri devono essere perfette. È proprio da questa finta idea di perfezione che nasce il mumsplaining: siccome sono madre e dunque perfetta, ti faccio vedere io come si fa. C’è molta aggressività in tutto questo, inutile negarlo. Anche le donne più dolci e mansuete, volendo imporre anche con le buone maniere il loro punto di vista sulla crescita della prole, sono aggressive e prepotenti. Non che in questo ci sia qualcosa di male, intendiamoci. Ma qui crolla il mito della madre perfetta e madonna e al suo posto viene eretta un’altra statua, dai connotati decisamente più umani: quella della madre imperfetta, un po’ incazzata, che sbaglia e ripara. Una madre dolce, perché vera. 

Anche in assenza dello sguardo degli altri possiamo riconoscere la nostra bellezza – Domani 25/03/21

La vita ai tempi del Covid ci ha messo davanti a una riflessione che molti e molte di noi, di qualunque età, hanno da sempre cercato di ritardare il più possibile, perché troppo vicina alla morte: pensare alla vulnerabilità dei nostri corpi, alla fragilissima umanità di cui siamo composti. Il fatto che stia accadendo più o meno a tutti, nello stesso identico momento, ci mette in una condizione completamente nuova che riguarda la percezione di noi stessi e noi stesse, e questo a partire dall’idea che abbiamo della nostra bellezza

Ho sempre ritenuto che percepirsi belli o brutti dipendesse da una disposizione dello spirito, giacché il depresso con molta difficoltà riesce a riconoscersi piacevole, anche se tutti non fanno altro che dirgli di trovarlo bellissimo (e la malinconia, dopotutto, rende belli gli occhi e la fragilità è da sempre un potente afrodisiaco per alcuni esemplari della nostra specie). Il punto è che in questo preciso momento, immersi nelle nostre zone colorate piene di bambini che non possono andare a scuola e di riunioni su zoom, di isolamento e di mancanza quasi totale di qualsiasi tipo di distrazioni che non sia la tv o un libro, brutti lo siamo davvero. Ridiamo poco, e quasi sempre con sarcasmo. Non ci confrontiamo più con gli altri, non misuriamo la nostra bellezza paragonandola a quella altrui e quindi, in definitiva, non riusciamo a migliorarci. Entriamo negli abiti che indossavamo prima della pandemia con lo stesso stupore con cui una bimba indossa i vestiti con le paillettes della madre e dentro quegli abiti, che spesso non ci vanno più perché nel frattempo siamo ingrassati fra briciole di carboidrati sparse fra il divano e il letto e ci sentiamo ridicoli, a disagio. L’uso forzato della tuta, o di altri indumenti molto comodi e che di certo nessuno si sognerebbe di indossare a una festa o un appuntamento romantico, ha reso la vita più semplice da molti punti di vista e ci siamo abituati a tal punto che levarsele di dosso sembra quasi di rinunciare alla propria pelle, ci danno conforto, ci fanno sentire al sicuro. Marie Kondo scriveva, in tempi non sospetti e con assoluta saggezza, che “Se per voi è normale indossare una tuta, finirete automaticamente per diventare una donna a cui la tuta si addice”. Appunto: la tuta, adesso, si addice a tutti, persino a una come me che è stata più volte rimandata in educazione fisica perché non aveva mai comprato una tuta in vita sua, considerandola disdicevole e così lontana dal suo senso estetico. 

Truccarsi, poi, è diventato un gesto superfluo, dietro la mascherina non abbiamo più un’identità, le nostre labbra sono scomparse e i nostri occhi sono l’unica finestra sul mondo, spesso coperti da occhiali da sole anche quando fuori piove. Ce ne sono di donne temerarie che non rinunciano al rossetto e il mercato dei rossetti no-transfer ha fatto begli affari di questi tempi, ma molte vi rinunciano, tanto chi le vede? Chi sostiene che continua a farsi bella per sé stessa e non per gli altri, è perché il bisogno di essere piacevole, amabile e sempre in ordine è più forte della stanchezza di chi ha abbassato le armi e si concede, di tanto in tanto, solo qualche passata di burro di cacao. Insomma, credo che quel bisogno abbia qualcosa di nevrotico che non necessariamente significa amore per sé stessi, altrimenti non si spiegherebbe il grandissimo numero di donne che il problema del rossetto non se lo pone nemmeno, pandemia o no, e riescono ad amarsi comunque. Certe volte mi trucco, do qualche pennellata di ombretto, tiro una linea di eyeliner e nello specchio ritrovo la mia faccia, ma nello stesso tempo mi sembra la faccia di qualcun’altra. Ho sempre lavorato a casa, quindi non uscire durante il giorno non è per me una novità, ma prima di cominciare a scrivere ho sempre messo il rossetto, il mascara, coperto le occhiaie con il correttore: volevo farmi bella per la scrittura. Era un rito, oggi completamente dimenticato come è destino per molti riti. Se la mattina mi sono truccata, non vedo l’ora che arrivi la sera per struccarmi e non con quell’attesa di un tempo in cui togliersi il trucco significava prima di tutto togliersi via la fatica della giornata, ma con l’ansia di chi vuole ritornare a impadronirsi del proprio volto il prima possibile. Il punto non è tanto chi ti vede, il problema è purtroppo molto più profondo e ha a che fare con la nostra salute mentale.

Antonio Lopez

Se al telefono dico a un’amica che sono diventata grassa e bruttissima, lei per gentilezza mi risponde che non è vero, che sono sempre bellissima. Ma non ci vediamo da sei mesi, come fai a dirlo? Sono grassa, ho preso dieci chili, sono brutta perché una mattina in cui volevo fare qualcosa per me stessa ho deciso di andare da un parrucchiere che non conoscevo, uno sotto casa, a farmi fare un taglio che assomiglia a quello di certi cantanti pop degli anni ’90 e che non andava di moda nemmeno allora. La tinta è un miscuglio di colori presi dagli scaffali dell’erboristeria o del supermercato e certi giorni, quando il sole è molto forte, mi vergogno a uscire perché non c’è pietà nella luce. Sono sempre vestita di nero e molte stelle negli occhi si sono spente, anche se non posso dirmi infelice, anche se sono molto contenta di come mi vanno le cose, amo il mio lavoro, la mia famiglia e sono la persona che desideravo essere. Specchiarsi negli occhi degli altri è un esercizio che per forza di cose non possiamo più fare e l’unico nostro referente rimane perciò lo specchio: noi e lui, da soli. Guardarsi allo specchio è come fare una foto senza filtri, come vedere pubblicata una propria immagine sulla copertina di un magazine senza l’uso di Photoshop. Solo noi sappiamo come siamo davvero allo specchio, nessun altro. Quando gli amici o anche gli sconosciuti ci incontrano, ognuno di loro vede in noi qualcosa di diverso, che magari noi non abbiamo mai colto o lo abbiamo sempre guardato da un’angolazione diversa. Adesso, tutti quegli angoli, quelle sfumature, ci mancano. Non si tratta di complimenti, non è questo che personalmente cerco, ma di costruire la propria immagine anche grazie al modo in cui gli altri ci vedono. Nudi, usciti dalla doccia, un po’ flaccidi e senza trucco, siamo primitivi e la condizione di uomini e donne della pietra, per quanto possa essere romantica, è qualcosa che poco si addice a tipi come noi che hanno inventato i selfie. Anche di autoscatti, infatti, sembra che ce ne siano meno di un tempo, perché se ti senti brutta o brutto non vuoi che gli altri ti vedano come ti vedi tu e perciò rinunci, posti foto vecchie di estati fa quando eri abbronzata e magra a sorseggiare acqua di cocco da una spiaggia thailandese dove chissà quando potrai mai tornare. Nelle foto profilo ci sono vecchie versioni di noi, più giovani, ben messi, attenti al look, desiderosi di piacere, di rimediare un’avventura erotica o andare a caccia di una grande storia d’amore. 

Siamo depressi. È come se questo anno di pandemia ci abbia messo in soffitta e sopra di noi si stanno posando molti strati di polvere, i colori stanno sbiadendo, siamo sempre circondati dagli stessi oggetti e vediamo lo stesso identico panorama alla finestra. Eppure, credo, c’è una luce in fondo a tutto questo: abbiamo adesso la possibilità di riconoscerci e accettarci per quello che siamo, con le barbe incolte, i capelli un po’ unti con la ricrescita, i peli sull’inguine che crescono alla velocità delle erbacce per strada. Siamo diventati noiosi ed è questa una delle cose più tristi che ci ha portato il virus, oltre alla malattia e alla morte: la nostra bellezza, che in fin dei conti non è altro che la nostra capacità di sorridere e meravigliarci. 

Lo strappo – articolo su Specchio, La Stampa

Uno scacchetto di cioccolato. È la mia frase della vergogna. La nutrizionista mi ha chiesto di scrivere un diario alimentare, ed è quello che sto facendo. Dopo ogni pasto, dopo gli 80 gr. di fusilli integrali o la fetta di pane wasa integrale e la fettina di pollo biologico con insalata mista, c’è sempre lui, lo scacchetto di cioccolato al 90%, scioglievolissmo e il vero conforto di questi tempi fatti di privazioni e punizioni. Come se il mondo non fosse già un posto poco ospitale, in casa abbiamo deciso di rinunciare allo zucchero, all’alcol e al pane intinto nel sugo. Come le migliori storie d’amore, anche questa dieta comincia bene, con grande rispetto, grande voglia di arrivare fino in fondo; ma poi qualcosa si crepa, la volontà cede, il bisogno di restare coerente diventa sempre meno urgente ed ecco il cioccolato, il biscotto integrale senza zucchero, qualche sorso, di nascosto, al succo di frutta alla pesca di mio figlio, e due spuntini invece di uno. Non sarebbe abbastanza un sacrificio, però, senza l’attività sportiva e data la temporanea chiusura delle palestre siamo costretti a cavarcela a casa, con quelli che ormai si ostinano tutti a chiamare workout, quando fino a ieri si chiamavano esercizi o allenamento. Sono una ragazza fuori moda, faccio perciò gli esercizi e al posto dei leggings indosso i fuseaux e mi faccio consigliare da C. (che si allena da sempre con risultati visibilissimi grazie al suo corpo snello, nervoso, bellissimo) la migliore allenatrice su Youtube e lei mi manda qualche link di tale Cloe Ting, stupenda ragazza americana di origine asiatica che propone ai suoi milioni di utenti delle challenge in cui promette dimagrimento e rassodamento nel giro di un mese. In effetti, guardando alcuni video di utenti che hanno partecipato alla sfida, per loro ha funzionato; ci sono immagini del prima e del dopo davvero incoraggianti, pance prima un po’ mollicce che raggiungono una certa tensione, cuscinetti di grasso che si sciolgono alla stessa velocità di un panetto di burro sotto il sole di agosto. Succederà anche a me, penso mentre mi alleno sul tappeto persiano, davanti a finestre senza tende da cui i vicini spiano le mie goffaggini. Resisto, ubbidisco, sudo. È facile, dico, più facile a farsi che a dirsi. Poi, al terzo giorno, di punto in bianco, smetto. Anche se so che è facile, anche se so che trenta minuti al giorno non sono niente e che davvero vale la pena, io smetto. So di sbagliare, e smetto. So di continuare a ingrassare o di smettere di dimagrire, e smetto. 

“Hai finito tutta la cioccolata!” mi sento rimproverare dall’altra stanza. Il mio compagno, al contrario di me, non fa nessuno strappo alla regola. Io, piuttosto, negli ultimi tempi ho più strappi che regole. Ho un traguardo, un peso ideale non impossibile che potrei raggiungere in un mese, se non avessi mollato dieta e Cloe Ting, nonostante già al secondo giorno di allenamenti sentissi i muscoli delle gambe più tesi, sfrigolare gli addominali e la schiena compattarsi. Anche la fame che sentivo fra un pasto e l’altro e che ora viene placata dallo scacchetto di cioccolato, mi dava un certo piacere. Il sacrificio è decisamente passato di moda ed è tornato sotto i riflettori durante la pandemia, quando la maggior parte di noi si era dimenticato il suo significato o non lo aveva mai davvero conosciuto; abbiamo dovuto rinunciare agli amici e ai viaggi, qualcuno ha dovuto dire addio a persone care e altri si sono dimenticati il volto di parenti stretti che vivono in perenne zona rossa e forse è proprio per questo che rimaniamo attaccati ai pochi piaceri che sono rimasti e siamo indulgenti con il nostro corpo e non vogliamo rompere certi fragili equilibri. Eppure io questa pigrizia, questa incapacità di andare fino in fondo con il mio corpo, l’ho sempre avuta. Se scavo nel mio passato, fra le ragioni che mi hanno imposto una rinuncia improrogabile, trovo alibi bizzarri e perfetti, come quello che a otto anni mi fece mollare la ginnastica artistica perché mi resi conto che sui collant di una mia piccola amica del corso c’era del sangue e mi convinsi che viveva fra assassini, perciò era da evitare; o quello che mi ha fatto lasciare la danza moderna quando ho capito che l’insegnante non mi avrebbe fatto passare nella classe dei grandi perché pensava che avessi ancora sette anni e non tredici; e, ancora, quello che mi ha fatto dire addio allo yoga perché i pantaloni bianchi mi stanno malissimo e mi sento una gelataia. Ogni sport ha avuto la sua colpa e sono sicura che anche Cloe Ting ne abbia una, ma io non l’ho ancora trovata e in questa attesa di alibi mangio, ingrasso, sono felice.