Perché scrivi ancora di sesso? La domanda è ricorrente. La risposta sempre uguale: smetterò di scrivere di sesso quando smetteranno di chiedermi perché scrivo ancora di sesso. Finché l’argomento erotico sarà considerato sconveniente, finché produrrà scandalo e stupore, finché continuerà a essere indigesto, finché i delicati nasi di ceramica ne sentiranno il fetore, parlare di sesso sarà giusto e imprescindibile. E se a parlarne sono le donne, definendo le proprie regole e sovvertendo quelle imposte dalla cultura maschiocratica, forse si può ancora sperare di raggiungere quella parità a lungo ricercata e dibattuta. Evitando di usare il proprio genere sessuale come bandiera, ma semplicemente servendosi dei propri talenti e strumenti di comunicazione per affermare qualcosa che dovrebbe essere ovvia e assimilata: chi parla di sesso non è in cerca di sesso. Chi sceglie il sesso come argomento di dibattito e spunto di riflessione non sta tentando di sedurre, ha solo scelto di osservare la realtà attraverso una lente differente: quella erotica, appunto. Qualche giorno fa una giovane egiziana ha pubblicato una foto sul proprio blog e immediatamente i giornali di tutto il mondo l’hanno diffusa: la bella ventenne posa nuda davanti all’obiettivo amatoriale, desaturata in un bianco&nero, indossa solamente un paio di autoreggenti e ballerine rosse, come nella favola di Andersen. Il tentativo è neutralizzare il moralismo tipico della sua cultura, combattere contro una società che protende le braccia verso la morte piuttosto che verso l’eros e la libera espressione della propria autenticità individuale e sessuale. Qualcuno accusa la ragazza di essere troppo seducente.

Come al solito si guarda il dito e non la luna. Discuto di questa cosa sulla mia pagina facebook e i commenti dei miei amici virtuali sostengono che la ragazza doveva evitare di indossare le autoreggenti, se davvero interessata a lanciare un messaggio politico. Se seduci, dicono, il tuo messaggio perde forza. Io non credo che la ragazza volesse in alcun modo sedurre e anzi le sue scarpette rosse mi sono sembrate un simbolo magnifico di libertà e selvatichezza femminile: lei balla balla balla e non si ferma, la magia è nei suoi piedi che danzano per fuggire al tedio e alla violenza della consuetudine, del moralismo, dell’ipocrisia. Essere seduttive e al contempo politicamente impegnate è un’assioma che gli italiani capiscono ancora troppo poco. Per la maggioranza degli italiani, avidi di aggettivi e categorie, o sei una cosa o sei l’altra. In Italia si parla, per fortuna, sempre meno di peccato. Ma il senso del peccato si è talmente tanto radicato nella nostra cultura, che persino la creatura più laica e liberale può cadere con estrema facilità nel tranello. La tendenza alla trasgressione fa da esempio: si trasgredisce solo laddove esistono regole precise. Ma se non si riconoscono regole né codici di comportamento, la trasgressione perde ogni colore, non ha più ragion d’essere. Il guaio è che in questo Paese basta pronunciare la parola “sesso” per essere etichettati come trasgressivi, e non importa chi sei e cosa fai. Se sei un uomo, hai forse più probabilità di uscire vivo dalle sabbie mobili: se sei uno scrittore di libri sporcaccioni, il tuo libro non finisce nella categoria “erotica”, ma fra gli altri libri di narrativa; se ammetti di fare sesso con più donne, anche contemporaneamente, non sei un pervertito, ma uno che si gode la vita. In Italia si chiama amore è una lente d’ingrandimento sullo stato del sesso in Italia, lo Stato del Sesso. Un Paese che, nonostante gli scandali sessuali e il sempre crescente esibizionismo, si trova incastrato fra DC e Moana Pozzi, riuscendo solo raramente a trovare sufficiente spazio fra i due estremi. Ma è proprio in quello spazio invisibile che l’eros viene sublimato e accolto per quel che è o dovrebbe essere: scambio di pelle e cuore, rispetto per il proprio e altrui desiderio, gioia, compassione, tolleranza. Il dato allarmante è che il sesso viene utilizzato come cestino dentro cui gettare ogni sorta di frustrazione e dolore, ed è per questa ragione che poi viene definito sporco. Calpestandoli, i fiori si trasformano in letame e quel che ne resta è il puzzo sconcertante. Bisogna equipaggiarsi di buoni strumenti di giardinaggio: curare il letame e far nascere i fiori.

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Quando ero ragazzo erano gli anni ’70. Mi indignavano i tradimenti, non il libero sesso. Detestavo coloro che pretendevano la fedeltà dal partner ma, di nascosto, praticavano il tradimento. Non mi è mai piaciuto il tradimento come trasgressione. Mi piacevano la libertà e la trasparenza. Non avrei avuto alcuna difficoltà ad innamorarmi di una ninfomane, di una prostituta o di una a cui, semplicemente, piace fare sesso liberamente, conoscendola per quello che è ed accettandola ed amandola per come è. Non avrei accettato una che proclama ed esige la monogamia e che poi mi tradisce. Pensavo: se voglio bene ad una persona, vuol dire che desidero il suo bene, quindi se lei sente l’esigenza di frequentare anche altri uomini, perchè dovrei proibirglielo. Sarebbe un atto di egoismo da parte mia, di possessività non di amore nei suoi confronti. Il ragionamento, naturalmente, doveva errere reciproco. Crescendo mi sono reso conto che le cose non funzionano proprio come pensavo e che le esigenze delle persone, nel rapporto di coppia, in genere, sono altre da quelle di una assoluta e reciproca libertà.

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mi piace ciò che dici e come lo dici. Probabilmente saremmo state migliori amiche se fossimo cresciute nella stessa città. Abbiamo più o meno la stessa età e vissuto esperienze analoghe. Ho letto il tuo primo libro a 15 anni. Al liceo ci feci un tema. Il mio professore era un cattolico neo-fascista e non apprezzò… ho saputo che mi derise, addirittura, in sala professori.
Finché esiste gente del genere è bene provocare scandalo, offenderli con le nostre idee e comportamenti che sono del tutto naturali. Sono loro ad essere contro natura, e pretendono di opprimerci con la dittatura del maschilismo cattolico medievale e fascista.
Sei la forza mia, e di tutte le donne che come me fanno davvero fatica a vivere in questo paese.

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Melissa
Panarello

Scrittrice, agente letterario e altre cose.
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Nata a Catania nel 1985. Oltre ai suoi libri ha scritto e interpretato i podcast Love Stories, di cui esistono tre stagioni, C’era una volta e c’è ancora e Pornazzi per Storielibere. Collabora regolarmente con La Stampa, Tuttolibri e Specchio, dal 2011 ha una rubrica di astrologia sul settimanale Grazia. Nel 2020 ha fondato l’agenzia letteraria PAL / Piccola Agenzia Letteraria. Il suo ultimo libro, “Storia dei miei soldi”, è stato candidato al Premio Strega 2024.

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